CANTO

per Anpalagan Ganeshu

cingalese di etnia tamil

morto affogato nel Mar Mediterraneo

nella notte del 26 dicembre 1996

con altri 281 compagni

clandestini dello Sri Lanka, dell’India e del Pakistan

a 19 miglia da Portopalo di Capo Passero,

estremo lembo meridionale della Sicilia e dell’Italia

 

 

 

 

Sia pace a te, Anpalagan Ganeshu,

cingalese di etnia tamil,

che ormai da un lustro giaci

sul fondo del Mare Nostrum

Le tue ossa corrose dal salino

trovino pace

sui fondali silenziosi sabbiosi, percorsi dai gamberi e

dalle reti a strascico

che a volte catturavano strani pesci con due gambe

due braccia

un cuore,

pesci senza mercato e quindi

prontamente ributtati in mare

 

Venivi da mondi lontani

con i tuoi diciassette anni curiosi

di sapere

come vivono gli uomini pallidi

ricchi oppressi dall’obesità,

dall’odio razziale

bestiale

Volevi il tuo pezzo di TV, di automobile,

di cucina in formica colore smeraldo

Ne avevi diritto

Da bambino – forse –

avevi cucito per noi centinaia di palloni oppure

intrecciavi tappeti

o incollavi le tomaie di migliaia di scarpe per noi

sognando di calzarne

per camminare sulle strade dell’Occidente

opulento,

al nostro fianco

Le tue scarpe ora giacciono qua e là sul fondo del nostro mare,

appena a sud della Sicilia,

scompagnate,

insieme con le tue speranze di ragazzo

che ha abbracciato la madre, il padre, i fratelli

e si è imbarcato,

per venire a spartire

gli avanzi del ricco Epulone

 

Sia pace a te, Anpalagan Ganeshu,

ma cerca di capire...

Noi non vi vogliamo

uomini che vivete e morite in paesi lontani,

che vi addormentate magri di fame

che bevete acqua fangosa

che morite bambini

Restate lontani!

Non sperate di svegliare le nostre coscienze fasciate di grasso!

Stiamo bene così

Alleviamo bimbi biondi e obesi

con piccoli denti cariati e otturati

per lo zucchero delle troppe merendine

dei gelati

delle bibite ghiacciate

(Ci dispiace, non ne abbiamo avanzate, per voi!)

Aumentiamo ogni anno il nostro PIL

spingendo al massimo i motori

delle nostre industrie fumiganti,

dei nostri tir che arrancano lungo i nastri asfaltati,

delle nostre caldaie

Per difendere la nostra opulenza

vomitiamo nel cielo migliaia, milioni di tonnellate

di gas tossici venefici

che annebbiano l’aria,

che sciolgono i ghiacci

che sommergeranno le città

che sommergeranno i nostri biondi e obesi bambini

I grandi uomini di stato

dell’Occidente

tremano,

quando si riuniscono per decidere

del nostro e del vostro futuro,

di miliardi di uomini e donne e bambini,

loro otto da soli,

barricati,

circondati dagli eserciti

che sparano sui giovani che urlano la loro impotenza

scagliando sassi sulle vetrine-simbolo

scagliando sassi sui giovani arruolati a difendere

i grandi uomini di stato

che meditano piogge di bombe all’uranio impoverito sui Paesi riottosi

che chiedono cose

che chiedono cibo, lavoro

 

Anpalagan Ganeshu, che tu abbia pace

Che i tuoi fratelli minori

possano presto venire da noi

e che noi possiamo venire da voi

e che noi possiamo mostrarvi la nostra fantastica tecnologia

e che voi abbiate la pazienza di insegnarci la vostra alta spiritualità

Che i colori delle nostre pelli si assomiglino

Che le ultime tigri delle vostre foreste

conoscano

gli ultimi orsi dei nostri boschi

e che gli uni e gli altri si moltiplichino sulla Terra

Che la neve torni a cadere sui monti

e la siccità non sia mai più un tormento

Che nessuno mai più si addormenti affamato

mentre qualcuno ammassa nei silo,

a marcire, milioni di tonnellate di

inutile soia transgenica,

di carne impazzita

Che la morte, per noi e per voi, giunga in vecchiaia

e sia un distacco sereno dalla vita,

Anpalagan Ganeshu,

fratello mio

 

Per tutto ciò noi intendiamo vivere

non altro

 

 

Amelia Alberti

sabato 16 giugno 2001