I saperi e gli esseri alla fine della crescita
(in pubblicazione su FA, trimestrale di Educazione Ambientale di Legambiente)
1. L’ultimo tentativo coerente di riferire i saperi, e i saperi insegnabili, ad un’idea di sviluppo, risale ormai al sessantotto: e si centrò (mi pare) su di una chiara congiuntura filosofica, quella dell’antropologia culturale col marxismo francofortese. Così chiara che, pur travolte le basi sue politiche dagli avvenimenti dell’89 e dalla crisi delle ideologie, non so immaginarmene una, di ripartenza, diversa: ancora oggi.
Perché anche dietro alla globalizzazione d’un certo tipo, tutta mercantile, che Cini e Cogliati sottolineano, e alla raggiunta mercificazione totale, ci sono pur sempre una struttura (l’economia post-industriale) ed una sovrastruttura (l’antropologia del villaggio globale) di nuovo e assoluto peso e rispetto: maggiori di quelli visti in tante conclamate rivoluzioni. Che, dunque, solo ora diventano possibili.
Di cosa stiamo parlando è chiaro, spero: o forse no, già che le semplificazioni dei mass media (che sono autoreferenziate: copia una dell’altra, senza mai una verifica) permettono, per esempio, di confondere le follie della finanza d’assalto, e magari tutta la new economy, con l’economia post industriale: quella vera, verso cui il mondo corre con accelerazione implacabilmente costante, dopo il mitico big bang della smaterializzazione. La prima, a guardar bene, può anche esser solo un modo più rapido e facile di far le stesse cose, acquistare gli stessi oggetti che già si trattavano, annoiati, materialmente: ma l’economia post industriale è (perlomeno) un cambio totale di oggetti, e di sostanza di oggetti, in senso Kantiano.
2. La rottura della continuità che è tipica dell’inversione delle tendenze (se la fine della crescita è davvero una inversione unica nella vicenda umana) presenta del resto così tanti riscontri a livello antropologico da imporre una revisione delle culture formalizzate, delle discipline e degli obbiettivi. Disposti a notevoli sacrifici: e questa volta non si tratterà solo del latino e greco.
Basti pensare a cosa significa la fine dell’idea della guerra, sulla quale ha girato tutta la storia del mondo. Massima virtù virile quella guerriera, coscienza e grandezza spirituale dei popoli legata alle vittorie, le arti e l’ eroismo, poesia commozioni retorica, storia, in una parola! E patria e alma terra natia, e civiltà egemone e coraggio e sacrificio. E alla fine, di colpo nessuno sa più cosa fosse la guerra, e in che chiave possano leggersi le Termopili, il Risorgimento, Stalingrado, l’attentato di via Rasella: confusi in un unico ripudio senza valori. Cos’è la Storia, ma anche la Geografia, senza la Guerra? Vale la pena riscriverla, o possiamo tranquillamente dimenticarla? E se la continuità col passato si è rotta in modo così risolutivo, c’è ancora bisogno di passato?
Mutate poi del tutto (secondo esempio) le abitudini sessuali, metà della letteratura è diventata incomprensibile: dati i comportamenti sentimentali e collettivi degli adolescenti, con che coraggio vorremmo far loro assorbire Manzoni, Petrarca? (Al limite, ma non deve stupire, sarebbe ancora possibile con Orazio, con gli Stoici e gli Epicurei...)
Infine tocca al lavoro, (terzo esempio, decisivo) spodestato da fattore chiave di realizzazione delle potenzialità umane a mero residuo d’un passato inumano, per un futuro che ha daverro liberato i produttori, ma eliminando le produzioni materiali.
3. Ma il passaggio al limite dell’idea di sviluppo di riferimento non può non spingersi al limite più estremo, quello del senso e del valore della vita, anche se tutti eviteremmo volentieri questo argomento (dove esitano gli Angeli di Bateson). Ancora pochi anni fa questa domanda si risolveva rapidamente nella divisione tra "credenti" da un lato, ed atei o agnostici dall’altro (come se l’assenza di fede definisse un approccio di per sè più scientifico). La religione come rischio di deviazione dall’obbiettivo umano di conoscenza, e di dominio della natura a fini umanistici: problema (secondo Marx ) risolto una volta per tutte da Feuerbach, almeno per ciò che concerne le persone "colte": cui dimostrò l’origine umana di Dio e degli dei.
Su quella scontata e poi mancata fine della religione, il suo errore di previsone non è poi stato così grave, di 150 anni, se è vero che oggi solo un europeo su tre può considerarsi religioso. Ma il problema epistemologico e analitico è tutt’altro che risolto, tutt’altro che schematizzato, nell’era dell’agnosticismo. Meraviglia, anzi, che se ne parli così poco, che si cerchino ancora i primi paradigmi in chiave confessionale, e non si affronti il ghiaccio sottile della teoria dei valori: dove fin l’Angelo ritrae il piede..
M né Feuerbach né certo Marx furono mai sfiorati dal pensiero che si potesse cessar di volere la vita umana, che l’istinto di conservazione della specie di Darwin fosse altrettanto improbabile che indimostrabile: per pura inammissibilità gnoseologica, innanzitutto, ma anche per le scoperte della biologia, che rèlegano in soffitta una selezione naturale coerente. E che ora addirittura ci si possa trovare con la poco edificante sorpresa che le specie si conservano perché non sanno come fare a non farlo.
Io non riesco a dissociare il tema teleologico (degli orizzonti, se ne vogliamo) da quello demografico: come si sia potuti arrivare in pochi decenni ad una fertilità prossima alla metà di quella che servirebbe alla riproduzione (1,18 gravidanze nell’arco della vita per ciscuna donna in Italia oggi, quando ne occorrerebbero 2,1) senza un rifiuto inconscio della vita come valore in se e per se. Quello che dai sociologi dei mass media viene dato come un egoismo a sobbarcarsi i pesi della maternità (o un’insufficienza dei servizi sociali di sostegno) potrebbe ben essere il contrario, l’esitazione a farsi carico della creazione d’un uomo che è tutt’altro da noi: e dal nostro essere: e dal niente. Forse l’allungamento della vita, la lunga sovrapposizione delle generazioni, impedisce ormai di pensare a un figlio come a un bambino, quindi a una nostra appendice come fu in passato ("facciamo un bambino"): e non un "altro" da noi. Mentre le antropologie moderne ci rivelano il contesto tutto culturale dell’amor materno e paterno, inesistente affatto, almeno come lo conosciamo, in molte civiltà anche a noi vicine: e del tutto discutibile anche da noi.
La fine della crescita, predicata in modo ingenuo e incoerente come "dovere etico", amor d’austerità, anche da certo ambientalismo degli anni 70, è arrivata davvero, ma per ragioni squisitamente tecniche, (gli amticoncezionali), poiché evidentemente niente di seriamente culturale, di umanamente profondo, vi si opponeva: con buona pace di tutte le religioni, di tutte le antropologie. Stupefacenti (ma sconosciuti ancora a quasi tutti) i dati del crollo della crescita globale (la derivata seconda). La popolazione del mondo è aumentata di 93 milioni di esseri, l’1,8 per cento, nel 1989, l’anno della incredibile inversione: e solo di 78 milioni già nel 99 (1,3 percento): e aumenterà di zero nel 2020 Poi sarà diminuzione, una parola a cui la scienza non è avvezza. Chi non ricorda le sciocchezze neo-malthusiane anche recenti del Worldwatch (la cui accettazione da parte di Legambiente alla fine degli anni 80 ha contribuito alla crisi dell’ambientalismo scientifico, al disagio di alcuni dei suoi propositori)? Chi non ricorda una grande Conferenza, ancora nel ‘97, di quei carrozzoni che sono l’ONU e la FAO, "Dieci miliardi di bocche", quando già qualcuno di noi s’affannava ad avvertire che l’umanità non avrebbe mai superato i sette miliardi, dai quasi sei che eravamo?
Stesso discorso sui consumi materiali e i fabbisogni, come effetto comtemporaneo della smaterializzazione.
4. Se l’economia e la sociologia della incipiente non crescita (o della diminuzione) sono il fatto più importante della storia umana, ed è a noi che tocca viverlo, allora è chiaro che quella è l’idea di sviluppo di riferimento, l’unica. Su quella si misurino tutti i saperi, tutte le pedagogie: qualsiasi altro obbiettivo appare, nella fretta di questa scoperta, fuorviante, inutile, banale.
Quello sviluppo, s’intende, che è appunto l’opposto della crescita.
Ora esistono tutte le premesse perché il Regno dell’equità e della bellezza e della conoscenza s’affermino, che il loro miraggio ci seduca al più presto, orfani come siamo delle promesse sessantottine. Sappiamo cosa sono? Sono esse "reali" (come la vita pratica), o sono "virtuali" (l’evasione)? Ma virtuali come sono state in passato quasi tutte le cose "importanti", la religione, l’arte, i discorsi d’amore, gran parte della scienza stessa?
E comunque, è soltanto questo il Regno Perduto? Il sogno faustiano della conoscenza (e l’intuizione di Cini ci richiama altri suoi lontani, indimenticabili inviti) fu in realtà, fin dall’inizio, volontà di potenza individuale, vòlta al piacere e al dominio. Bene disserere est finis logicae. Affords this art (la logica) no greater miracle? tagliava corto
il Dottore di Marlowe all’atto di vendersi, per uno sconto d’età di 24 anni: e un contratto di necromanzia.
Per raccoglierlo in senso solidaristico, d’una conoscenza liberatrice anche in senso sociale, c’è bisogno di crederci, al futuro. Relegando al livello sentimentale, delle malinconie in cui è voluttuoso cullarsi, come si è sempre fatto, i richiami (che pure più chiari non potrebbero essere) della nostra cultura più profonda, quella esistenzialista: dove il Niente, quando arriva, cancella tutti gli Essere, passati e futuri. Due nostri maestri tra gli amati solevano dire l’uno (Moravia) che il mondo dopo di lui non lo interessava; l’altro (Borges) che l’essenziale era non nascere . Ma anche la loro disperanza è ancora virtuale, la realtà pratica non l’ha ancora assimilata.
5. L’altro momento chiave di revisione dei paradigmi epistemologici e dei riferimenti (più lontano nel tempo ma altrettanto vivo negli effetti) è proprio quello della crisi del pensiero negativo, quello di Vienna degli anni primi del secolo. Nell’irripetibile crogiolo di scienze e di filosofie e d’arti che vi si incontra colpisce (scrisse Cacciari) la contemporaneità di due fatti culturali essenziali: la critica di Mach ai fondamenti della Meccanica Razionale (che segue di poco quella di Boltzmann dalla sponda termodinamica) e la critica degli economisti neoclassici alla teoria del valore-lavoro di Marx.
Questo solo come a dire che la scienza aveva già subito una violenta crisi di continuità più di un secolo fa, i cui effetti epistemologici sono ancora così vivi che qualcuno riscopre ogni anno la diversità e l’aleatorietà come se fossero nuovi: ma furono vivi sopratutto nell’accettazione sempre più generale dell’idea della Scienza buona per sè, per i suoi risultati positivi, quali che fossero, chiari o insondabili.
O furono vivi in quella sorta di separazione o di rifiuto della scienza tout court, come l’idealismo cieco della Riforma Gentile, causa principe dell’arretratezza italiana. (En passant, sarebbe oggi un errore simile a quello di Gentile sulla matematica, credere che l’informazione sia solo uno strumento, un data base per la scenza e per l’economia, mentre invece è la scienza, è l’economia).
La sfida dell’aleatorio, della complessità e della diversità dicevo, è già vecchia di più d’un secolo. Dal 1925 poi il Circolo di Vienna ospitò il tentativo pluridisciplinare di riscriverle in modo corretto e inattaccabile, "analitico". E, insieme, il realismo positivista di contentarsi dei risultati delle scienze: con tutte le conseguenze pratiche e politiche di questa astensione, magari fino alla mercificazione.
Quel dibattito di Belle Epoque appare oggi forse di nuovo necessario se si vuol far fronte all’economia dell’informazione: cominciando col comprendere che essa è meno soggetta alle leggi ferree del capitale degli altri "blocchi storici", tutti "materiali", ove beni e oggetti avevano un costo reale di partenza, un limite di scarsità oggettivo, una schiavitù dell’uomo alle cose, un sogno di liberazione del "produttore" affrancato, dall’impero alienante del capitale.
6. Perché liberazione c’è comunque stata.
L’impero alienante è comunque crollato, per virtù congiunta di tecnologia, e di conquistato welfare, e di fine della crescita, e di smaterializzazione. La teoria dei bisogni registra sì una escalation senza fine, ma in una sfera "culturale", e in condizioni di grande agio, di grande e facile ricchezza. E di crescente equità: il Servizio Medico Nazionale tanto bistrattato porta ricchi e poveri, insieme, al limbo comune dell’estrema vecchiezza, almeno fino a che ingegneria genetica non.li divida. Ma quello sarà davvero un altro mondo.
In un’economia in crescita perenne, com’è quella immateriale, (che appena conosce fattori limitanti, tanto basso è il livello d’energia che eccita il suo movimento reale) in una economia senza scarsità da ottimizzare, (un Piano senza cost/benefit) lo welfare non è più un lusso ma un passaggio obbligato di sviluppo.
Così l’ambiente. Se l’ambiente è economia (base di quella immateriale); se la popolazione diminuisce; e la produttività sale alle nubi (anche biotecnologiche); se il fabbisogno reale di spazio, di materie prime, di terreni coltivabili scende verso lo zero (il big bang della derivata seconda) allora concetti come sostenibilità sono privi di senso, appartengono a un’idea "residuale" dell’ambiente, la soglia misera e angosciosa del 10 percento del territorio ai parchi, del VIA, o del Deflusso Minimo Vitale dei fiumi. Se i 220 milioni di ettari irrigui coltivati oggi nel mondo già sfamerebbero da soli i 7 miliardi di bocche che non si raggiungeranno mai, allora diventa zero la superficie di Amazzonia che si può colonizzare in modo economicamente sostenibile, diventa 90 percento (700.000 km2) la superficie dello Zambia da restituire agli elefanti, con gran soddisfazione (economica) di tutti, locale, regionale, planetaria.
La sostenibilità come concetto non ha quartiere nell’Ambientalismo scientifico, cui è tempo richiamarsi con nuovo rigore batesoniano. La battaglia è allora contro quelle rendite di posizione che rendono impossibile l’avvento dell’economia reale, come lo era ai tempi di Marx la battaglia a favore del Capitalismo contro il Feudalesimo. Battaglia che la sinistra italiana aveva nel suo DNA e nella sua scienza, ma non ha mai condotto davvero, finendo per ragioni tattiche e interessi locali a schierarsi coi più arretrati sperculatori, col più arretrato sviluppismo. Ricordate la Lega delle Cooperative, il Condono edilizio Libertini-Nicolazzi? Oggi rendita di posizione, economicamente insostenibile, è gran parte dell’edilizia, dell’agricoltura: allora il petrolio è ormai feudalesimo, ancien régime.
7. Sarà una battaglia democratica? E sarà una scienza democratica, un acculturamento "partecipante" a farla vincere? A due condizioni. Che si dibatta un progetto di Piano, cioè qualcosa che tocchi gli interessi reali, profondi della gente, che si sottragga del tutto all’improvvisazione, alla rincorsa del finanziamento, alle pressioni di rendita. (Può convivere con il mercato, a patto di regole certe: ma non con i soccorsi pubblici al calcestruzzo o al mais, a nessuna condizione). Seconda, che cresca, fino a livelli totalizzanti, il Decision Support System, la cultura e la pratica "umana"razionale delle scelte di piano e del consenso. Ancora, quindi, tanta "scienza dura", per basi astratte rigorose; e tanto piano, partecipato se volete; e tanta sinistra.
Giuliano Cannata
Agosto 2000