NOTA: Il testo che segue, è tratto da e in gran parte costituisce, il primo capitolo del Manuale sull’Agenda 21 locale, in corso di redazione, che Ambiente Italia – Istituto di Ricerche (Milano) sta predisponendo per conto di ANPA. Il Manuale una volta completato servirà a supportare le amministrazioni locali nell’applicazione delle Agende 21 Locali in Italia.

 

AGENDE 21 Locali: le politiche europee, cosa significa adottarle in Italia

Maria Berrini, Ambiente Italia e Gruppo Esperti Ambiente Urbano DGXI

 

Premessa

 

In questo testo si cerca rispondere a queste domande:

Perché si parla di Sviluppo sostenibile? Che cosa si intende ?

Che senso ha applicare questo concetto alle città ? Si può definire un modello urbano sostenibile?

Cos’è un’Agenda 21 Locale ?

Quali sono gli strumenti messi a disposizione e gli atti più importanti compiuti dalle organizzazioni internazionali e dall’Europa a sostegno di questo obiettivo ?

Che cosa succede in Italia, quali sono le difficoltà, chi si sta muovendo ?

 

Verso la sostenibilità globale

 

Le emergenze ambientali hanno assunto dimensioni rilevanti. I cambiamenti delle condizioni ambientali a scala locale, regionale e globale stanno compromettendo irrimediabilmente la qualità della vita presente e di quella futura.

"L’ambiente non conosce frontiere" è quanto sosteneva la Comunità europea - ora Unione europea - già a partire dagli anni settanta quando cominciò ad emanare le prime leggi sulla protezione dell’ambiente.

Alle soglie dell’anno 2000, l’affermazione è quanto mai attuale. I fattori di degrado ambientale moltiplicatisi nel tempo a causa dell’azione incontrollata dell’uomo, scatenano reazioni a catena in grado di provocare eventi casuali imprevedibili. Gli effetti cumulativi generati, interessano indistintamente tutte le zone dell’emisfero. Sviluppo economico e compatibilità ambientale appaiono sempre più inconciliabili. Contenere i danni é possibile solo perseguendo lo sviluppo sostenibile su scala vasta.

 

Qualche definizione

Nel 1987, la World Commission on Environment and Development alla Conferenza delle Nazioni Unite per l’ambiente e lo sviluppo (UNCED) ha definito lo sviluppo sostenibile come quello che "risponda alle necessità del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie". Nel 1991 la World Conservation Union, UN Environment Programme and World Wide Fund for Nature, hanno ulteriormente specificato il concetto, intendendo per sviluppo sostenibile "un miglioramento della qualità della vita, senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi di supporto, dai quali essa dipende ".

H. Daly (1991) specifica ulteriormente questo concetto affermando che per uso sostenibile delle risorse si intende un utilizzo con cui:

- il tasso di utilizzo delle risorse rinnovabili non ecceda il loro tasso di riproduzione

- il tasso di utilizzo delle risorse non rinnovabili non ecceda il tasso di sviluppo di sostituti rinnovabili

- i tassi di inquinamento non eccedano la capacità assimilativa dell’ambiente.

E’ evidente che il concetto di sviluppo sostenibile non si esaurisce in quello di protezione ambientale. Come ha sottolineato l’Agenzia europea dell’ambiente_, ridurre alcune pressioni sull’ambiente non è sufficiente a tutelarne l’integrità. Lo stile di vita sostenibile presuppone che le relazioni dinamiche esistenti tra le attività umane e l’ambiente siano tali da permettere agli individui di soddisfare i loro bisogni senza sfruttare indiscriminatamente le risorse di cui dispongono. La qualità della vita in termini di sostenibilità richiede un’azione preventiva che può realizzarsi solo mediante l’integrazione degli obiettivi delle politiche ambientali e delle strategie di pianificazione e gestione.

 

La sostenibilità come concetto integrato

La Conferenza di Rio de Janeiro_, rilancia l’idea di sostenibilità come concetto "integrato ed in particolare la necessità di coniugare nello Sviluppo Sostenibile le tre dimensioni di Ambiente, Economia e Società. I 179 stati firmatari hanno convenuto sull’idea che gli obiettivi ambientali devono rappresentare l’opportunità e il vincolo per le politiche socio-economiche, perseguendo in modo integrato l’equità (sociale, generazionale e di genere) nella distribuzione e nell’accesso alle risorse ambientali e di quelle fondamentali come l’occupazione, la salute, la protezione sociale, i servizi di base, l’abitazione, con un’attenzione particolare alla tutela di questo diritto per le generazioni future e per i territori e i popoli del mondo meno sviluppati dell’Europa.

Per "sostenibilità" si intende quindi "un obiettivo di carattere multidimensionale (ambientale, economico e sociale) che può essere promosso attraverso un approccio integrato che incorpori le diverse dimensioni anche quando il campo delle azioni sia settoriale" (Berghall 97).

 

L’Agenda 21 sottoscritta a Rio de Janeiro

La Conferenza tenutasi a Rio de Janeiro , inoltre ha approvato l’Agenda 21. Agenda 21_ è il documento programmatico che sintetizza le azioni specifiche e le strategie che i 179 governi dei paesi firmatari del documento si impegnano ad attuare per favorire lo sviluppo sostenibile. "L’Agenda 21 sottolinea che lo sviluppo sostenibile si realizzerà solo attraverso una programmazione mirata e prescrive per ogni questione importante un processo attento e rigoroso per esaminare insieme una vasta gamma di argomenti, prendere decisioni chiare sulle priorità, sui compromessi e sui sacrifici e creare ed affinare i quadri di riferimento per i controlli, gli incentivi e le motivazioni a lungo termine, compresi i traguardi quantitativi e le scadenze per realizzare quanto è stato deciso…" (dalla pubblicazione "Città Europee Sostenibili", predisposta nel 1996 dal Gruppo di esperti di ambiente urbano, istituito dalla DGXI nel 1992).

 

 

Verso la sostenibilità locale

 

Nel dibattito internazionale sullo sviluppo sostenibile, particolare attenzione è stata rivolta alla scala locale, alla quale è riconosciuto un ruolo decisivo nel favorire progressi graduali in campo ambientale.

D’altro canto la tendenza all’inurbazione si sta imponendo in tutto il pianeta. La popolazione mondiale che vive in aree urbane è decuplicata in un secolo e oggi rappresenta il 45% della popolazione totale, con oltre 400 città che superano 1 milione di abitanti. Il processo coinvolge sia il nord che il sud del mondo con la differenza che, nel sud del mondo le città si stanno costituendo a ritmi rapidissimi, e quindi ancor più insostenibili, e in dimensioni eccessive, mentre nel nord del pianeta le città si sviluppano invecchiando nella popolazione, depauperando il patrimonio di storia e integrazione sociale di cui erano ricche, aumentando l’intensità d’uso delle risorse naturali. Questo fenomeno non può non essere considerato nelle sue implicazioni per l’ambiente globale: «... l’urbanizzazione causa cambiamenti nel modo stesso in cui la popolazione umana utilizza e trasforma le risorse naturali. Se ad esempio accelera la transizione verso fonti energetiche meno inquinanti, allo stesso tempo aumenta gli usi energetici complessivi». (M. Alberti, Equilibri 1/98).

E’ la stessa forma urbana, oltre che il modello di vita dei suoi abitanti, che produce aumento dei consumi e sprechi, per esempio aumentando la domanda di mobilità e quindi le emissioni o parcellizzando il ciclo produzione e consumo e quindi aumentando i rifiuti.

Le città inoltre in molti casi consumano in modo inefficiente grandi quantità di risorse ambientali prelevandole in territori esterni ai propri confini amministrativi a causa della parcellizzazione del ciclo di produzione e di consumo: è il caso dell’acqua che viene attinta da falde o sorgenti collocate in aree meno minacciate dall’inquinamento oppure dei materiali inerti, necessari per costruire edifici ed infrastrutture, quasi sempre prelevati in bacini di estrazione di scala regionale. Contemporaneamente, proprio perché dal punto di vista ecologico le città tendono a comportarsi come consumatrici inefficienti, il loro "metabolismo" produce grandi quantità di emissioni e di rifiuti che non sono in grado di contenere o riutilizzare e che vengono esportati in aree sempre più esterne ai suoi confini amministrativi.

L’idea di "impronta ecologica", introdotta da Rees e Wackernagel_ cerca di mettere in evidenza questa relazione tra locale e globale. "L’area ecologicamente produttiva", cioè la superficie territoriale necessaria per nutrire, dare un’abitazione, trasportare e produrre beni e servizi per gli abitanti di una città è calcolata per esempio quantificando gli ettari di foresta necessaria per l’assorbimento delle emissioni di CO2 emesse dal metabolismo urbano. Il deficit tra superficie richiesta e superficie di foresta disponibile fornisce un’idea dell’Impronta Ecologica di una città, area che, soprattutto nella parte del mondo economicamente più ricca, si rivela essere superiore di alcune centinaia di volte l’area fisicamente occupata dalla città stessa.

"Inoltre il concentrarsi nelle aree urbane di popolazione differente nell’età, nella cultura, nel reddito crea potenziali occasioni di conflitto laddove le risorse a disposizione siano scarse come sono, il più delle volte, le risorse ambientali: il verde, il silenzio, l’aria e l’acqua pulita, il paesaggio e i beni culturali. Se una volta "l’aria della città rendeva liberi" oggi sono i cittadini, soprattutto i più deboli come vecchi e bambini, ad essere maggiormente esposti e vulnerabili agli effetti sanitari dell’inquinamento urbano: tumori, malattie respiratorie, allergie, disturbi all’udito e al sonno, stress psicologico sono tra gli indicatori sanitari del malessere ambientale urbano. E complessivamente è la qualità urbana a degradarsi, a perdere identità, a provocare spaesamento".

Ma le città possono anche rappresentare il luogo di rottura di questo modello dissipativo voltando in positivo molti dei fattori che fino a ieri erano causa di insostenibilità. La forma e la dimensione urbana può essere ripensata allo scopo di rendere più intenso l’uso di risorse e ridurre la domanda di mobilità, le tecnologie e le infrastrutture avanzate possono essere adottate per aumentare l’efficienza ambientale, i processi sociali e culturali possono essere stimolati nella direzione di migliorare la capacità di gestione e manutenzione della qualità urbana e il senso civico di appartenenza. La città potrebbe addirittura smettere di essere solo "rapinatrice", ma provare a diventare attrice del recupero e della riqualificazione ambientale di ecosistemi economicamente più deboli, ma ecologicamente più importanti per il futuro del pianeta"_.

Su queste considerazioni si fonda un’affermazione della Agenda 21 sottoscritta a Rio de Janeiro, ritenuta fondamentale per l’avvio di iniziative mirate sulla sostenibilità locale da parte dei governi nazionali di tutto il mondo: "Dal momento che molti dei problemi e delle strategie delineate in Agenda 21 hanno origine dalle attività locali, la partecipazione e la cooperazione delle autorità locali sarà un fattore determinante nel perseguimento degli obiettivi di Agenda 21". (Agenda 21, Cap.28, 1992)

Ciò che è infine importante sottolineare è che le condizioni necessarie e sufficienti per evitare che processi irreversibili nell’uso delle risorse alla scala locale, indeboliscano la sostenibilità globale del pianeta, sono le stesse che garantiscono la sostenibilità locale. Come ha sottolineato ICLEI (The International Council for Local Environmental Initiatives) le due scale territoriali sono inscindibili: lo sviluppo sostenibile è perciò quello in grado di offrire "servizi ambientali, sociali ed economici di base a tutti i membri di una comunità, senza minacciare l’operabilità dei sistemi naturale, edificato e sociale da cui dipende la fornitura di tali servizi".

 

 

Cos’è l’Agenda 21 locale

Perseguire la sostenibilità locale presuppone anche la definizione di strategie oculate delineate caso per caso. E’ impossibile infatti imporre identiche politiche ambientali generalizzate per tutte le città. Ogni città è diversa per dimensione, cultura, risorse e deve quindi trovare da sé la propria migliore vocazione ambientale, attingendo alla propria storia e dotandosi di strumenti adeguati a risolvere i problemi specifici del proprio contesto.

L’Agenda 21 sottoscritta a Rio de Janeiro nel 1992, proprio in considerazione delle peculiarità di ogni singola città , invita le autorità locali di tutto il mondo a dotarsi di una propria Agenda. "Ogni autorità locale, dovrebbe dialogare con i cittadini, le organizzazioni locali e le imprese private ed adottare una propria Agenda 21 locale. Attraverso la consultazione e la costruzione del consenso, le autorità locali dovrebbero apprendere ed acquisire dalla comunità locale e dal settore industriale, le informazioni necessarie per formulare le migliori strategie" (Agenda 21, Cap.28, 1992).

Un’Agenda 21 Locale può essere descritta come uno sforzo comune, all’interno di una città, per raggiungere il massimo del consenso tra tutti gli attori sociali riguardo la definizione e l’attuazione di un piano di azione ambientale da avviare entro il 2000, ma che guardi, appunto, al 21° secolo.

 

La pubblica amministrazione locale è considerata il soggetto più idoneo a promuovere iniziative mirate e perciò più efficaci. Essa è abbastanza vicino ai problemi per comprenderne specificità ed urgenza. Allo stesso modo, gli attori sociali (associazioni, imprese, cittadini) sono abbastanza radicati e strutturati da poter giocare un ruolo di partner attivo. Le risorse tecnologiche, finanziarie e culturali presenti nelle aree urbane, costituiscono "la massa critica" per poter supportare i processi più innovativi e virtuosi.

Il concetto di Agenda 21 locale è dunque legato al processo di definizione degli obiettivi ambientali ed al processo di costruzione delle condizioni per attuarli: consenso, interesse sinergie, risorse umane e finanziarie. "L’Agenda 21 locale è essenzialmente un processo strategico per incoraggiare e controllare lo sviluppo sostenibile. L’allestimento, la gestione e l’attuazione di questo processo necessitano tutte le capacità e gli strumenti di cui possono disporre un’autorità locale e la sua collettività" (Gruppo di Esperti -DGXI, 1996).

Dar vita ad Agenda 21 Locale significa concretizzare gli obiettivi e le iniziative contenute in Agenda 21, mediante l’implementazione di un processo costituito da diverse fasi, a ciascuna delle quali corrispondono azioni precise.

A partire dal modello proposto da ICLEI (The International Council for Local Environmental Initiatives), via via perfezionato da diverse esperienze applicative possiamo individuare le seguenti principali componenti o fasi, che a loro volta costituiscono i "requisiti minimi" e i "fattori di successo" del processo di costruzione dell’Agenda 21 Locale:

 

Il coinvolgimento dei diversi attori: il processo si avvia effettivamente nel momento in cui si promuove e si raccoglie la disponibilità e l’interesse di tutti gli interessi ed i poteri coinvolti a livello locale.

 

La volontà e motivazione del governo e delle strutture pubbliche locali: quasi sempre il processo viene attivato o coordinato dal governo locale, e comunque la sua volontà politica e la motivazione a collaborare da parte delle agenzie e dei servizi coinvolti rappresenta un requisito fondamentale.

 

l'attivazione del Forum: il Forum (o altre forme di coordinamento strutturato e mirato a promuovere la partecipazione) ha il compito di orientare il processo di elaborazione, di assumersi responsabilità in proprio e di monitorare l'applicazione dell'Agenda 21 locale.

 

la consultazione permanente: il mantenimento durante tutto il percorso di forme di informazione e consultazione di rappresentanti della comunità locale e dei cittadini ha lo scopo di individuarne i bisogni, di definire le risorse che ogni parte può mettere in gioco, di individuare i potenziali conflitti da gestire tra interessi diversi.

 

La diagnosi: l’audit urbano e la redazione del Rapporto sullo Stato dell’Ambiente serve a costruire, attraverso indicatori ambientali, il Rapporto sullo stato dell’ambiente su cui si svilupperà la discussione successiva. Anche questa fase va verificata e costruita con il contributo del Forum.

 

La visione strategica e i Target: la costruzione di una idea di "città sostenibile", il più possibile condivisa e la definizione di obiettivi, quanto più concreti o addirittura quantificabili, da associare a precise scadenze temporali, sono il passaggio chiave per la predisposizione del Piano di azione ambientale.

 

il Piano di Azione Ambientale: esso consiste nel Programma di azioni concrete, ritenute necessarie per raggiungere gli obiettivi individuati , da adottarsi da parte del governo locale e del Forum (possibilmente con atti formali), e a cui verranno "associati" gli "attori" che saranno responsabili per la loro attuazione, le risorse finanziarie da garantire, gli strumenti di supporto da attivare, i tempi da rispettare.

 

il monitoraggio e il reporting: la comunicazione verso l’esterno e il mantenimento di procedure di controllo permanente sull’attuazione e sull’efficacia del Piano di azione si possono realizzare mediante la redazione periodica di rapporti che individuino i miglioramenti e i peggioramenti della situazione ambientale e che servano a suggerire eventuali aggiustamenti del Piano di azione.

 

 

Europa, posizioni e impegni per lo sviluppo sostenibile

 

Negli ultimi sei anni, l’Unione europea si è attivamente adoperata per mantenere Agenda 21 sottoscritta a Rio de Janeiro nel 92, tra le sue priorità politiche.

Le politiche europee per il primo decennio del 2000, infatti sono state quasi completamente ridefinite con l’Agenda 2000 che già dal luglio 1997 ha formulato le proposte per la riforma delle politiche dell’Unione Europea, riorientando le politiche strutturali e finanziarie e le principali politiche di settore (in particolare le novità riguardano la ridefinizione delle aree obiettivo_, la maggiore attenzione alla riconversione ambientale dell’agricoltura, e il crescere delle misure a favore di ambiente e territorio). Il concetto della sostenibilità, da semplice assunzione di un principio (finalmente adottato anche negli atti fondativi europei, come il Trattato di Amsterdam del 1997, che ha visto tutti i governi dell’Unione Europea integrare i criteri di Maastricht con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile) comincia a coniugarsi in strategie, obiettivi, finanziamenti, accordi internazionali.

Il documento chiave a cui riferirsi per l’attuazione dell’Agenda 21 di Rio è rappresentato dalla Decisione del Parlamento europeo e del Consiglio (N.2179/98/CE del 24 settembre 98 pubblicata sulla GUCE del 10.10.98). La decisione, la cui rilevanza sta anche nel carattere di co-decisione tra i due principali organismi di governo europeo, riguarda il riesame del "Programma Comunitario di politica ed azione a favore dell’ambiente e di uno sviluppo sostenibile: Per uno sviluppo durevole e sostenibile" (definito anche "Quinto Programma d’azione a favore dell’ambiente").

Il Programma, che fu adottato dalla Commissione nel ‘92 e approvato dal Consiglio nel ‘93, è stato successivamente sottoposto a verifica, per adeguarlo ai nuovi sviluppi politici (gli impegni internazionali con l’Agenda 21 di Rio e le relative convenzioni, il Libro Bianco della Commissione su crescita, competitività e disoccupazione, l’ampliamento della UE a nuovi Stati che hanno politiche ambientali più rigorose, le nuove Direttive in campo ambientale). Il riesame del Programma ha inoltre avuto il fondamentale obiettivo di individuare eventuali ritardi o ostacoli nell’attuazione e nel raggiungimento degli obiettivi fissati e di definire le soluzioni per superare queste difficoltà.

In estrema sintesi, la prima versione del Quinto Programma d’Azione (1992-2000): "Per uno sviluppo durevole e sostenibile" ha posto le basi di una strategia di sviluppo radicalmente innovativa rispetto alle precedenti azioni comunitarie. Il Programma promuove approcci innovativi alla politica ambientale europea, con particolare riferimento: a) alla condivisione della responsabilità attraverso una maggiore partecipazione degli attori sociali ed economici (amministrazioni pubbliche, imprese, collettività), e ad un’azione regolare di sorveglianza e di controllo; b) alla complementarietà delle misure normative con altri strumenti quali: aiuti finanziari, incentivi economici e fiscali, accordi su base volontaria, strumenti orizzontali di sostegno (raccolta di informazioni di base sull’ambiente, ricerca, pianificazione settoriale e territoriale, informazione, formazione). In particolare va sottolineato che è convinzione ormai riportata in tutti i documenti europei che, poiché tutti gli individui possono contribuire a migliorare le condizioni ambientali del pianeta, vada soprattutto sollecitata l’azione congiunta, ognuno per le responsabilità che gli competono, dei diversi soggetti. I problemi ambientali sono infatti sintomi di modelli di vita, di consumo e di produzione errati, basati sull’idea poco realistica che le risorse di cui si dispone siano rinnovabili all’infinito.

Il programma identifica cinque Settori chiave di intervento (industria, energia, trasporti, agricoltura e turismo), sette Temi specifici (il cambiamento del clima, l’acidificazione e la qualità dell’aria, la protezione della natura e della biodiversità, la gestione delle risorse idriche, l’ambiente urbano, le zone costiere, la gestione dei rifiuti) e tre settori sensibili che richiedono una gestione del rischio (rischi industriali, sicurezza nucleare e protezione radioattiva, protezione civile ed emergenze ambientali).

Con la recente Decisione del Parlamento europeo e del Consiglio (24 settembre 98) il Programma viene ulteriormente rilanciato, individuando 5 obiettivi prioritari:

integrazione delle esigenze ambientali in altre politiche

allargamento della gamma degli strumenti utilizzati, al fine di cambiare in modo significativo le tendenze e le pratiche attuali

garanzia di una migliore attuazione e applicazione della politica ambientale

maggiori sforzi per sensibilizzare e informare meglio i cittadini sulle tematiche dello sviluppo sostenibile

rafforzamento della funzione della Comunità nella messa a punto di impegni internazionali e nell’affrontare la cooperazione con i paesi dell’Europa centrale e orientale e del bacino mediterraneo.

La Decisione sottolinea inoltre i seguenti aspetti, ritenendo che meritino particolare attenzione:

Garantire che la politica in materia di ambiente si basi su dati, statistiche e indicatori comparabili e affidabili, su informazioni scientifiche corrette e su una valutazione dei costi e dei benefici.

Favorire e incentivare, nell’industria, l’innovazione relativa allo sviluppo durevole e favorire modelli di produzione e consumo sostenibili

Incoraggiare modi pratici di migliorare le azioni di cooperazione e il partenariato.

Promuovere iniziative, a livello locale e regionale, riguardanti le iniziative per realizzare lo sviluppo sostenibile.

Sviluppare politiche relative agli aspetti ambientali del programma sulla base di norme di protezione elevate.

 

 

Europa, sviluppo sostenibile locale e Agende 21

 

Le politiche europee in materia di ambiente urbano rappresentano un campo di iniziativa relativamente recente e sostanzialmente innovativo per l’Unione Europea, fino a ieri orientata ad applicare il concetto di "sussidiarietà" in modo talmente rigido da lasciare solo agli stati nazionali la possibilità di un intervento sulle problematiche urbane.

Tra i passi più rilevanti di questa recente svolta va segnalata, nel 1992, la costituzione del Gruppo di esperti di ambiente urbano_ istituito dalla Commissione europea – DGXI nel 1992, successivamente alla pubblicazione del Libro Verde sull’ambiente urbano (1990). Il Gruppo, che ha pubblicato nel 1996 il Rapporto "Città Europee Sostenibili" (dal quale si riportano in questo testo diverse citazioni), ha promosso, insieme ai principali coordinamenti europei di città impegnate sulle tematiche ambientali, la Campagna Europea delle Città Sostenibili. La Campagna, dopo aver organizzato le due conferenze di Aalborg (DK, 1994) e di Lisbona (P, 1996), conta oggi più di 400 amministrazioni locali aderenti (cioè firmatarie della carta di impegni definita ad Aalborg e successivamente integrata a Lisbona)_

Moltissime città europee, una volta sottoscritta la carta di Aalborg hanno effettivamente attivato un percorso di coinvolgimento delle loro comunità e di progettazione e realizzazione di azioni concrete.

Le Agende locali 21 sono diventate così l’occasione per lanciare programmi di rinnovo e riqualificazione nei centri e nelle periferie urbane basati su interventi fortemente integrati, mirati a praticare tutte le soluzioni tecnologiche e gestionali utili a risparmiare e riciclare risorse naturali, garantire l’accessibilità grazie ad un servizio di trasporto pubblico efficiente, migliorare la convivenza sociale e la qualità della vita mediante programmi innovativi in materia di restauro edilizio, di gestione dei rifiuti, di utilizzo di energie rinnovabili, di integrazione tra aree urbane e aree naturali. In questo contesto, la partecipazione pubblica diventa lo strumento per valorizzare ed attivare risorse sociali (consenso, volontariato, capacità imprenditoriali, ecc.) indispensabili per il successo delle iniziative previste dall’Agenda 21 locale, mentre la pubblica amministrazione si comporta come un soggetto trasparente, capace di produrre, far circolare e migliorare l’informazione ambientale necessaria ad aumentare la consapevolezza sociale.

 

Va infine tenuto presente il più recente e importante documento della Commissione della Comunità Europea, in materia di sostenibilità locale: la Comunicazione "Sviluppo urbano sostenibile nell’Unione Europea: un quadro di riferimento per l’azione"_ con la quale si identificano quattro assi di politiche, tra loro interdipendenti:

rafforzare la prosperità economica e l’occupazione nelle città

promuovere l’equità, l’integrazione sociale e le riqualificazione delle aree urbane

proteggere e migliorare l’ambiente urbano, verso una sostenibilità locale e globale

contribuire al rafforzamento della capacità locale di governo e della capacità di partecipazione degli attori sociali

 

L’Agenda 21 Locale in Italia

 

Le amministrazioni locali italiane, firmatarie della Carta di Aalborg, sono ormai più di 35, ma questo numero non rappresenta lo specchio fedele della situazione italiana. Sono sicuramente molte di più le amministrazioni e le comunità locali che in questi anni si sono confrontate sul tema della sostenibilità e che soprattutto hanno messo in pratica o avviato iniziative concrete e positive. Così come non tutte le amministrazioni locali firmatarie della Carta hanno poi effettivamente dato seguito agli impegni sottoscritti (in alcuni casi semplicemente perché è cambiato l’assessore o la Giunta che aveva assunto l’impegno).

Ciò che è certo è che nel nostro paese esperienze che si possano definire di Agenda 21 locale (nei termini descritti al precedente paragrafo) sono numericamente molto poche, ancora agli inizi o incompiute, e soprattutto poco note o oggetto di confronto tra le diverse amministrazioni coinvolte (amministrazioni che hanno però recentemente cominciato a darsi momenti di coordinamento e confronto).

Se si inserisse con decisione in questo processo, l’Italia potrebbe ovviamente, giocare un ruolo di punta in Europa, per una tradizione antica di cui ancora gode, legata alla propria struttura territoriale e urbana che vede, almeno in gran parte del suo territorio, città di dimensioni contenute, compatte, con insediamenti misti, dotate di rilevanti risorse ambientali e qualità urbana, governate da buone amministrazioni locali e da comunità di interessi sociali con un buon senso di appartenenza.

L’oggettivo ritardo a cui abbiamo accennato è probabilmente dovuto a molte ragioni, tra loro diverse, sulle quali sarebbe senz’altro utile indagare, ma che è sicuramente difficile sintetizzare in poche parole. Schematicamente possiamo dire che ciò di cui si è fortemente sentita la mancanza in questi anni è stata la presenza di politiche "dall’alto" (da parte dello Stato o delle regioni) e del ruolo positivo che esse avrebbero potuto svolgere, se giocate allo scopo di sostenere il circuito virtuoso delle città, sollecitando, promuovendo, mettendo in rete, diffondendo le esperienze positive. Qualcosa si è mosso negli anni più recenti e varie iniziative messe in atto da ANPA, ENEA, Ministero dell’Ambiente e alcune Regioni italiane ne sono il concreto e positivo segnale.

 

Ma la difficoltà che ancora si rileva ad attivare interventi di carattere integrato sull’ambiente urbano (accogliendo nel senso più ampio il concetto di sostenibilità) ha sicuramente radici più profonde, che riguardano il ritardo con cui in Italia la cultura di governo, locale e centrale, ha affrontato le problematiche ambientali e ha promosso i processi di trasformazione sociale ed economica. E’ ancora radicata l’idea dell’ambiente come una questione "settoriale" (oltretutto marginale rispetto ad altre), c’è poca attitudine alla costruzione di strategie basate su indagini scientifiche e trasparenti, non c’è molta esperienza nella costruzione di processi di cooperazione tra partner, in cui l’ente pubblico sia prima di tutto un’agenzia di sviluppo. E tra le cause del ritardo (anche se oggi in via di soluzione) va collocata sicuramente l’ostinata tendenza dell’Italia a non frequentare le iniziative internazionali.

 

 

_ Con sede a Copenaghen, l’Agenzia è stata istituita allo scopo di monitorare e valutare le politiche ambientali, fornendo informazioni oggettive, affidabili e comparate sullo stato dell’ambiente europeo. Nel 1995 ha pubblicato il primo Rapporto sullo stato dell’ambiente in Europa.

_ Earth Summit - Conferenza per lo Sviluppo Sostenibile, Rio de Janeiro 1992, organizzata dalle Nazioni Unite

Il documento si articola in 4 sezioni (dimensioni economiche e sociali; conservazione e gestione delle risorse per lo sviluppo; rafforzamento del ruolo delle forze sociali; strumenti di attuazione) e 40 capitoli. Ogni capitolo comprende un’introduzione che descrive lo stato attuale del tema trattato e gli obiettivi fondamentali che si intendono raggiungere. Fa seguito l’individuazione delle aree di programma, le azioni, le attività da realizzare e gli strumenti di attuazione.

_ Citare riferimenti biblio…….

_ Maria Berrini, Mario Zambrini, "Proposta per un sistema integrato di indicatori sull’ambiente urbano", per conto di ENEA – Conferenza Nazionale Energia e Ambiente, nov. 98

_ Aree obiettivo 1: aree in ritardo di sviluppo (le aree attualmente obiettivo 1, che verrebbero escluse in base alla nuova definizione di "ritardo di sviluppo", verranno comunque transitoriamente sostenute per un periodo di 6 anni; Aree obiettivo 2: aree, con popolazione e superficie significative, che abbiano la caratteristica di regione in fase di mutazione socioeconomica nei settori dell’industria e dei servizi, zona rurale in declino, zona urbana in difficoltà, zone di pesca in crisi (le aree attualmente obiettivo 2 che non venissero più riconfermate avranno un sostegno transitorio di 4 anni).

_ Il Gruppo è composto da rappresentanti nazionali ed esperti indipendenti. Ha il compito di sensibilizzare sulla protezione dell’ambiente di promuovere iniziative e politiche sostenibili a scala locale.