Nella foto: Domo2, a Beura C.

 

DOMO2, DALLE STELLE ALLE STALLE

Una storia infinita

di normale malgoverno

6.04.10

 

Vi invito a leggere questa storia, o a rileggerla, se ci seguite già da qualche anno (il presidente di Italia Nostra VCO non si stanca di ricordarla per tutti noi). E' istruttiva, come molte delle storie che raccontiamo in queste noterelle. Cominciamo dall'articolo di oggi de La Stampa e sotto chiudiamo con le righe di Italia Nostra. La discussione è aperta.

 

 

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06 Aprile 2010


Inchiesta


Il polo logistico
tra Italia e Svizzera
che non decolla


Ma il sindaco di Beura invita ancora a cercare il rilancio

RENATO BALDUCCI


“Lo scalo ci ha regalato
solo 30 anni di illusioni”


DOMODOSSOLA

 

 

E’ iniziato con un segno negativo il 2010 per i treni navetta delle ferrovie svizzere, treni che collegano la stazione di Briga (Vallese) e alla stazione di Iselle Trasquera (Vco). Nei primi tre mesi dell’anno solo gennaio ha fatto registrare un aumento delle vetture trasportate sulla linea ferroviaria del Sempione. A febbraio e marzo, invece, si sono evidenziati segni negativi. In controtendenza sugli anni passati. Rispetto al 2009, le navette sono state utilizzate a gennaio da 11.361 auto, in pratica 366 in più. Febbraio e marzo hanno visto rispettivamente il trasporto di 20.831 vetture, 1108 in meno, pari ad un meno 7,8 per cento a febbraio e 2,5 in meno a marzo. In totale nel 2009 sulle navette erano salite 139.658 auto. In calo anche i passeggeri (76.462 nel 2009) che utilizzano questi treni che collegano le due stazioni agli estremi opposti della galleria del Sempione. Da gennaio a marzo i viaggiatori che hanno usato le navette sono stati 15.340 mentre nei primi tre mesi dell’anno passato se ne erano contati 15.968: 628 in meno.Dal punto di vista economico il paese non ci ha guadagnato granché. Siamo stati penalizzati dalla nascita dello scalo e Beura sinora ha portato a casa poco nulla». E’ deluso Aldo Brocca, sindaco di Beura Cardezza, paese che negli Anni Ottanta aveva sacrificato un milione di metri quadri di territorio per la nascita dello scalo. Tra le polemiche di chi, allora, era preoccupato perché vedeva sparire ettari ed ettari di terra destinati all’agricoltura e all’allevamento sulle rive del Toce.
Sono passati 30 anni dalla nascita dello scalo e Brocca continua a non vedere frutti. Rammaricato anche perché alle promesse non ha visto seguire i fatti. Sono passati tanti politici, di ogni colore (l’ultimo un anno fa), a garantire qel rilancio mai avvenuto.
«Stiamo perdendo un’occasione, lo scalo ferroviario potrebbe essere una grossa chance per il nostro territorio già penalizzato dalla crisi» dice Brocca. «Si parla sempre di rilancio e poi, in concreto, non si muove nulla - aggiunge - . Di progetti sulla carta ne ho visti molti ma sono rimasti tali. Compresi quelli della Provincia e della Saia».
Certamente i lavori di costruzione dello scalo iniziati nel 1980 (terminati in sette anni) erano stati salutati allora con maggior enfasi per l’importanza che lo scalo, costato 435 miliardi di lire, avrebbe potuto avere per l’economia di quello che allora era ancora l’Alto Novarese. Enfasi che ritorna quando lo si etichetta come snodo «importante del corridio Rotterdam Genova». Snodo dimenticato nonostante gli Svizzeri investano con costanza sull’asse Loetscheberg Sempione.
Dati alla mano un po’ di occupazione allo scalo c’è. I sindacati parando di almeno 300, 350 persone al lavoro tra dogane, imprese ferrovarie, società di servizio, spedizionieri e ditte di settori vari. Non gli 800 promessi dall’allora ministro dei trasporti Rino Formica. Sul territorio, però, lo scalo non ha distribuito risorse. «Deve diventare un’occasione per la logistica e il settore estrattivo» dice Brocca che ammette come «almeno alcune imprese ferroviarie svizzere abbiamo dato fiato all’occupazione e incrementato il loro traffico merci». E lancia un appello agli altri sindaci dell’Ossola: «Mettiamoci attorno ad un tavolo per studiare una soluzione per Domo 2 che, così com’è, è anche desolante e angosciante».
Ma c’è chi teme di avere poche frecce nella faretra. «Siamo impotenti, anche se dobbiamo farci promotori di iniziative per richiamare l’attenzione sullo scalo» rimarca Marzio Bartolucci, sindaco di Villadossola. «Sappiamo dei contatti avuti dalla con l’amministratore delle Fs Moretti - aggiunge Bartolucci - ma non basta. La Regione deve farsi carico, con decisione, di un progetto che permetta allo scalo di decollare».

 
 

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Domodossola, 6 aprile 2010

 

LA STAMPA

c.a. Renato Balducci

 

e p.c.

 

ORGANI DI INFORMAZIONE DEL VCO

 

OGGETTO: Domo 2. L'astronave che non decolla.

 

Già venti anni orsono Adriano Velli, dalle colonne della Stampa, lamentava che Domo 2 non ne voleva sapere di decollare. Questa grande opera d'antan, costata ai contribuenti italiani un occhio della testa, con il sacrificio di un milione di metri quadrati di suolo fertile,  si è confermata, col tempo, uno dei più grandi sprechi che la patria storia ricordi. 

Vale la pena rammentare che il fallimento era già scritto e prevedibile ancor prima che le ruspe iniziassero il grande scempio in quella piana meravigliosa. Tecnicamente lo scalo era un non senso poiché era stato concepito come centro di scomposizione e ricomposizione di convogli su una linea di scorrimento, anziché baricentrica. Il progetto, davvero buffo, era quello di dirottare il treno in arrivo su un'asta di estrazione leggermente pendente, indi, sganciare un vagone alla volta per comporre altri treni, da avviare a destinazioni diverse. L'asta di estrazione, un possente terrapieno lungo un chilometro, non è mai entrata in funzione: è ancora lì, regno di sterpaglie e serpenti, come l'intera parte sud della grande cattedrale nel deserto. Intanto le funzioni che dovevano svolgersi nello Scalo Domo Due furono spostate nella più baricentrica Novara, com'era nell'ordine naturale delle cose. Che fare della grande spianata dai quarantadue binari? Per un certo tempo le Ferrovie cercarono di venderla al miglior offerente, poi arrivarono gli Svizzeri, costernati per le disfunzioni della rete ferroviaria italiana, e concepirono quella che è un'assoluta assurdità: trasbordare le merci e farle proseguire su strada, con propri automezzi. In questo modo erano sicuri che sarebbero arrivate puntualmente a destino. Niente da eccepire dal loro punto di vista. Solo che così facendo si intasano ancora di più le strade, già sovraffollate, e si lascia semi-inutilizzata la ferrovia, con tanti saluti al Protocollo di Kyoto e tutto il resto.   

Un capitolo a parte merita la storia della piccola comunità di Beura. Imbambolata da mirabolanti promesse di posti di lavoro e facili guadagni fu facilmente esproriata dei migliori suoli agricoli, a prezzi vili. Nulla chiese in cambio. Riuscì persino a farsi abbindolare sull'acquedotto. Le Ferrovie incorporarono quello vecchio e pertanto avrebbero dovuto consegnarne uno nuovo, chiavi in mano. Che fecero gli Amministratori dell'epoca? Anziché un impianto funzionante si fecero consegnare dalle Ferrovie 1400 milioni e provvidero in proprio col risultato che ne spesero due o tre volte tanto (non si è mai saputo esattamente)  addebitando la differenza agli sventurati Beuresi. Di più, i tubi installati furono di ferro mediocre anziché in polietilene. come già d'obbligo a quell'epoca, col risultato che l'acqua che esce dai rubinetti è frequentemente color ruggine. Oltre al danno la beffa. Calcoli errati o errori calcolati?

La sola che si oppose a questa catastrofe socioeconomica e ambientale fu Italia Nostra, in una memorabile battaglia. Da poveri profeti disarmati, come sempre,  fummo a un passo dall'ottenere, perlomeno,  la dislocazione dell'inutile scalo sui gerbidi improduttivi di Villadossola, salvaguardando così le fertili campagne di Beura. Il risultato era a portata di mano dopo l'approvazione del Magistrato  per il Po ma i portavoce del comune beurese fecero un clamoroso dietrofront. Come sovente accade gli imperscrutabili  giochi di potere si erano già conclusi sopra le nostre teste.

Questa è storia documentata ma non servirà ad aprire gli occhi dei nostri conterranei, sempre pronti a seguire l'incantatore di turno.

 

 

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