Nella foto: Domo2, a Beura C.

DOMO2, DALLE STELLE ALLE STALLE
Una storia infinita
di normale malgoverno
6.04.10
Vi invito a leggere questa storia, o a rileggerla, se ci seguite già da qualche anno (il presidente di Italia Nostra VCO non si stanca di ricordarla per tutti noi). E' istruttiva, come molte delle storie che raccontiamo in queste noterelle. Cominciamo dall'articolo di oggi de La Stampa e sotto chiudiamo con le righe di Italia Nostra. La discussione è aperta.
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Domodossola, 6 aprile 2010
LA STAMPA
c.a. Renato Balducci
e p.c.
ORGANI DI INFORMAZIONE DEL VCO
OGGETTO: Domo 2. L'astronave che non decolla.
Già venti anni orsono Adriano Velli, dalle colonne della Stampa, lamentava che Domo 2 non ne voleva sapere di decollare. Questa grande opera d'antan, costata ai contribuenti italiani un occhio della testa, con il sacrificio di un milione di metri quadrati di suolo fertile, si è confermata, col tempo, uno dei più grandi sprechi che la patria storia ricordi.
Vale la pena rammentare che il fallimento era già scritto e prevedibile ancor prima che le ruspe iniziassero il grande scempio in quella piana meravigliosa. Tecnicamente lo scalo era un non senso poiché era stato concepito come centro di scomposizione e ricomposizione di convogli su una linea di scorrimento, anziché baricentrica. Il progetto, davvero buffo, era quello di dirottare il treno in arrivo su un'asta di estrazione leggermente pendente, indi, sganciare un vagone alla volta per comporre altri treni, da avviare a destinazioni diverse. L'asta di estrazione, un possente terrapieno lungo un chilometro, non è mai entrata in funzione: è ancora lì, regno di sterpaglie e serpenti, come l'intera parte sud della grande cattedrale nel deserto. Intanto le funzioni che dovevano svolgersi nello Scalo Domo Due furono spostate nella più baricentrica Novara, com'era nell'ordine naturale delle cose. Che fare della grande spianata dai quarantadue binari? Per un certo tempo le Ferrovie cercarono di venderla al miglior offerente, poi arrivarono gli Svizzeri, costernati per le disfunzioni della rete ferroviaria italiana, e concepirono quella che è un'assoluta assurdità: trasbordare le merci e farle proseguire su strada, con propri automezzi. In questo modo erano sicuri che sarebbero arrivate puntualmente a destino. Niente da eccepire dal loro punto di vista. Solo che così facendo si intasano ancora di più le strade, già sovraffollate, e si lascia semi-inutilizzata la ferrovia, con tanti saluti al Protocollo di Kyoto e tutto il resto.
Un capitolo a parte merita la storia della piccola comunità di Beura. Imbambolata da mirabolanti promesse di posti di lavoro e facili guadagni fu facilmente esproriata dei migliori suoli agricoli, a prezzi vili. Nulla chiese in cambio. Riuscì persino a farsi abbindolare sull'acquedotto. Le Ferrovie incorporarono quello vecchio e pertanto avrebbero dovuto consegnarne uno nuovo, chiavi in mano. Che fecero gli Amministratori dell'epoca? Anziché un impianto funzionante si fecero consegnare dalle Ferrovie 1400 milioni e provvidero in proprio col risultato che ne spesero due o tre volte tanto (non si è mai saputo esattamente) addebitando la differenza agli sventurati Beuresi. Di più, i tubi installati furono di ferro mediocre anziché in polietilene. come già d'obbligo a quell'epoca, col risultato che l'acqua che esce dai rubinetti è frequentemente color ruggine. Oltre al danno la beffa. Calcoli errati o errori calcolati?
La sola che si oppose a questa catastrofe socioeconomica e ambientale fu Italia Nostra, in una memorabile battaglia. Da poveri profeti disarmati, come sempre, fummo a un passo dall'ottenere, perlomeno, la dislocazione dell'inutile scalo sui gerbidi improduttivi di Villadossola, salvaguardando così le fertili campagne di Beura. Il risultato era a portata di mano dopo l'approvazione del Magistrato per il Po ma i portavoce del comune beurese fecero un clamoroso dietrofront. Come sovente accade gli imperscrutabili giochi di potere si erano già conclusi sopra le nostre teste.
Questa è storia documentata ma non servirà ad aprire gli occhi dei nostri conterranei, sempre pronti a seguire l'incantatore di turno.
ITALIA NOSTRA Onlus
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