Considerazioni

di Amelia Alberti, Presidente di Legambiente Circolo Verbano

La provincia del Verbano Cusio Ossola sta ai vertici della classifica italiana per incidenti e mortalità sul luogo di lavoro.

Da questa verità voglio partire, per sviluppare la mia argomentazione, che prenderà in considerazione alcuni aspetti relativi alla qualità della vita nel nostro territorio.

Credo che la frase: “La provincia del Verbano Cusio Ossola sta ai vertici della classifica italiana per incidenti e mortalità sul luogo di lavoro” dovrebbe essere incisa in ogni ufficio, officina, fabbrica, affinché nessuno possa permettersi il lusso di dimenticarla, di anteporre altri interessi, per quanto rilevanti, al bene più prezioso, che è la vita, la salute, l’integrità fisica. L’impegno di tutti deve essere quello di risalire la classifica, e ciò per meriti propri, e non perché altre province siano precipitate ancor più in basso.

La pulitura dei manufatti in alluminio, questione al centro di questo convegno, ha una storia, che precede e va oltre i fatti di cronaca degli ultimi anni. Essa, pur con le sue specificità, connota tutto il territorio, lacerato com’è da opposte e inconciliabili contraddizioni. Da una parte luoghi affascinanti, laghi, monti, monumenti; dall’altra uno sviluppo industriale, profondamente radicato, di un’industria di base a modesto contenuto tecnologico e ad alto tasso di inquinamento e di rischio. Tra i due, come legante, l’edilizia convulsa delle abitazioni, dei capannoni, delle grandi infrastrutture. Il risultato è un territorio a macchia di leopardo, dove si passa in pochi minuti da località amene e ricercate, a località squallide, in cui la qualità della vita è a rischio, dove la vita stessa e la salute sono a rischio.

A me pare che non debbano proprio esistere un territorio di prima categoria e un altro di seconda; un territorio di grandi e fastosi alberghi e un altro di capannoni senza qualità. Le ore di lavoro, che sono tante, che riempiono le giornate di chi ha la fortuna di averlo, il lavoro, dovrebbero essere trascorse ovunque e da tutti  in luoghi altrettanto gradevoli, quanto quelli di vacanza, seppure con le necessità e le funzionalità operative che ogni singolo lavoro richiede. La mente e il corpo ne avrebbero giovamento, le giornate sarebbero più liete. Il lavoro sarebbe meno sofferto, l’attenzione più vigile. Le zone industriali non sarebbero aree da evitare accuratamente nei giri turistici, ma da inserire come parti vitali di un territorio ricco, vario, interessante.

La pulitura dei pezzi in alluminio e in generale metallici si accompagna alla grande industria del casalingo, che nel Cusio e nel Borgomanerese si è insediata e prospera. La grande industria del casalingo, ben attenta a non vedere la propria immagine coinvolta in incidenti gravi, con titoloni sparati in prima pagina, ha intrapreso da decenni la strada di affidare i lavori più rischiosi del suo ciclo produttivo a piccole imprese artigiane, a volte addirittura famigliari, dove la sicurezza sul lavoro diventa un lusso che non ci si può permettere, perché le spese sono tante, le tasse gravose, i pagamenti non sempre puntuali. Lavorare in certe condizioni fa toccare con mano il significato sostanziale della parola “globalizzazione”, in cui è sottinteso che vi sia una distribuzione equa e globale – qui e ovunque, dove più dove meno - dello sfruttamento del lavoro e dell’inquinamento, e una distribuzione iniqua e locale della remunerazione del capitale.

 

Per dare un senso alla mia partecipazione diretta a questo convegno, avevo deciso di raccogliere testimonianze dirette di chi ha vissuto in prima persona le vicende dell’ultimo incidente, quello della Nicomax di Gravellona Toce. Le interviste e le informazioni raccolte sono a disposizione su floppy disk. Esse possono essere utili, per inserire l’umanità della gente nelle questioni di cui si va a dissertare, che spesso rischiano di trasformarsi in esercizi di astrazione tecnologica. Ringrazio tutte le persone che mi hanno affidato i loro pensieri e le loro conoscenze con fiducia e simpatia. Spero di avere riportato con diligenza le loro parole, e mi scuso per eventuali errori di trascrizione.

 

Per pulire senza rischi, o con rischi ridotti, i pezzi in alluminio, occorrono investimenti miliardari in impianti e in sicurezze, che solo alcuni tra i piccoli artigiani trovano i mezzi e gli appoggi per fare, e che invece dovrebbero essere a carico della grande industria, che ne trae i maggiori benefici. L’alluminio piroforico è una brutta bestia, che sta tranquilla e acquattata per anni, poi d’improvviso si risveglia, e propaga scoppi e incendi paurosi. Impianti che erano stati elogiati per la loro rassicurante tecnologia (alcuni a secco, altri a umido), scatenano d’improvviso morte e terrore, lasciando sconcertati quanti da quegli elogi si erano sentiti rassicurati, gestori, lavoratori, vicini di casa. Il nuovo impianto è sempre presentato come quello che ha risolto ogni problema, ma la credibilità non esiste più, ogni suono di sirena che proviene da quel capannone mette in circolo scariche di adrenalina, che danno le ali ai piedi. Chi da quell’attività ricava un guadagno, sopporta lo stress e confida nei nuovi tecnici che ha messo al proprio fianco, chi invece è costretto a una coabitazione forzata, maledice la situazione in cui si è venuto a trovare e medita di andare altrove.

Andare altrove. Spostarsi. Isolarsi. Questo è stato il nostro appello alle autorità: che aiutassero queste aziende a trovare siti isolati, con zone-cuscinetto di salvaguardia. Le attrezzature di sicurezza raffinatissime servissero a tutelare la vita dei propri lavoratori, non a rassicurare gli esterni, che hanno un diritto ancora maggiore degli altri a non trovarsi coinvolti in vicende di terrore.

Ci sembrava una richiesta logica e carica di senso di solidarietà, non impossibile. Nell’immediato occorreva un concorso di forze istituzionali, che risolvesse le situazioni esistenti. Successivamente una serie di modifiche ai Regolamenti dei Piani regolatori comunali, che dessero disposizioni rigide e senza deroghe.

Su questo punto, invece, non sono arrivate risposte positive.

Sono arrivate invece, abbondanti e unanimi, le rassicurazioni sui nuovi impianti, da parte dei tecnici, privati e anche pubblici, i quali ultimi a volte sembrano troppo preoccupati della pace sociale e del lavoro a ogni costo, tanto da non apparire come punti di riferimento rassicuranti ai cittadini e ai lavoratori circostanti.

Per quanto riguarda, in particolare, il nuovo impianto di aspirazione e di abbattimento installato in Nicomax, che ha sostituito quello scoppiato, il quale aveva sostituito un altro giudicato troppo rischioso, ho ricavato l’impressione di un grosso investimento economico per una tecnologia tutto sommato ancora pericolosa, tanto che necessita di un eccezionale sistema di controlli e di avvisi sonori, che fanno pensare ad un pericolo sempre incombente, tenuto sotto osservazione da meccanismi che potrebbero comunque incepparsi in qualunque momento, riaprendo la strada all’incidente. Impianti così bisognosi di controlli e di avvisi sonori sono comunque e per definizione a rischio e devono essere tenuti isolati.

 

Il nostro ruolo di associazione ambientalista, nel contesto sociale è quello di essere dalla parte del cosiddetto “popolo inquinato”, come lo definiva un famoso pretore, Gianfranco Amendola, dove il significato dell’aggettivo si può ampliare a piacimento fino a ricomprendere ogni forma di prevaricazione che derivi da cause ambientali. A volte il popolo inquinato sa di esserlo, e cerca alleati per difendersi, a volte invece non lo sa o non lo vuole sapere. Ciò non modifica il senso del nostro sforzo e della nostra determinazione. Nel contesto della vicenda di cui in questo convegno si discute, non abbiamo dubbi sulla nostra collocazione, a fianco dei cittadini: prima di tutto quelli esterni alle aziende di pulitura, ma anche quelli interni.

Per quanto riguarda i gestori degli impianti, dopo tanti incidenti non è facile accettare la loro determinazione a continuare l’attività negli stessi luoghi così fittamente urbanizzati, mettendo innanzi le perizie di tecnici rassicuranti, quanto rassicuranti erano state le perizie di altri tecnici precedenti. Portare lontano le attività a rischio, in questo come in tutti gli altri casi, è un dovere civile, che avremmo apprezzato e condiviso.