PRIOLO COME ALTROVE
Chi tra noi segue sui giornali le vicende del petrolchimico Enichem di
Priolo ha la sensazione di rivedere un film. Il mercurio che è stato
scaricato nel mare a Priolo, assomiglia a quello scaricato per decenni da
Enichem a Pieve Vergonte e che oggi si ritrova nel suolo, nel
sottosuolo, nei fondali dei fiumi e del lago, e nei pesci. Idem per il
benzene e i clorobenzeni, tutti prodotti velenosi e cancerogeni, che la
chimica italiana ha trattato (a Pieve, a Porto Marghera, a Priolo, a Cengio,
a Mantova, a Gela, a Manfredonia) senza alcun riguardo. Enichem,
azienda di stato, è stata per l'Italia il cattivo esempio, la
giustificazione per ogni altro malo comportamento, l'alibi dietro a cui
ogni altra azienda chimica poteva nascondersi. Anche a Priolo, come
recentemente a Verbania, semplici cittadini si sono accorti di ciò che non
risvegliava l'attenzione degli organi di controllo preposti alle cure
dell'ambiente e della salute pubblica, e hanno sporto denuncia alla
Magistratura, ultimo baluardo in un Paese dove amministrare è diventato un
esercizio di silenzi e di complicità. Anche a Priolo, come a Verbania, la
Magistratura è intervenuta, assumendosi anche compiti non suoi, in surroga.
Anche a Priolo oggi gli impianti sono fermi, e forse verrà decretato uno
stato di emergenza socio-ambientale, come a Verbania, con la nomina di un
commissario ad acta, il quale, con una laurea in giurisprudenza, cercherà
di fare ciò che supertecnici superpagati non hanno saputo/voluto/potuto
fare. Alla fine le storie italiane sono tutte dolorosamente uguali.
(Qui sotto un articolo da Il Manifesto del 19.1.03)
Allarme
ammoniaca
Priolo, chiuso l'impianto Enichem
incriminato. Ma restano altre bombe ecologiche
MASSIMO GIANNETTI
Una ventina di parole per
dire che «le strutture operative dello stabilimento hanno agito sempre
nel rispetto della legge». Così si legge nel brevissimo comunicato
diramato ieri da Enichem e Polimeri Europa dopo la bufera giudiziaria che
ha azzerato i vertici del petrolchimico di Priolo. Le due società sotto
inchiesta prendono comunque «atto della gravità delle contestazioni e
auspicano che sull'intera vicenda le autorità inquirenti facciano piena
luce al più presto». L'impianto di clorosoda da cui sarebbero uscite
tonnellate di rifiuti tossici e nocivi gettati in mare o sotterrati
illegalmente nei terreni, ieri mattina è stato chiuso per mancanza di
dirigenti. In 18 giovedì sono finiti in carcere con l'accusa di aver «costituito
una stabile organizzazione per delinquere finalizzata allo smaltimento
illegale di ingenti quantità di rifiuti pericolosi contenenti mercurio».
In tutto sono una trentina le persone indagate, una parte a piede libero.
I primi interrogatori sono previsti per oggi. Il gip Monica Marchionni,
che ha dato il via libera agli arresti chiesti dal pm Maurizio Musco,
comincerà dagli otto dirigenti Enichem reclusi nel carcere siracusano,
insieme al funzionario provinciale addetto ai controlli sui rifiuti
industriali. Successivamente toccherà gli altri dieci indagati.
L'impianto incriminato resterà chiuso una quindicina di giorni e i
lavoratori saranno messi a fare manutenzione, hanno riferito i sindacati
aziendali preoccupati, per ragioni opposte, di una eventuale chiusura
definitiva dell'impianto. Temono che l'intervento della magistratura venga
«preso come alibi» dall'Enichem per accelerare il processo di
dismissione del ramo chimico. A Priolo questo processo è in effetti già
iniziato con la cessione alla Polimeri Europa di una parte degli impianti.
«All'Enichem sono rimasti i ferrivecchi - dice Enzo Parisi, responsabile
di Legambiente nella provincia di Siracusa - uno di questi è proprio
l'impianto di clorosoda di cui chiediamo da anni la riconversione.
Tecnologicamente è un rudere. Per produrre viene infatti utilizzata un
tecnologia dannosissima, il mercurio, una sostanza che in altre parti del
mondo è stata eliminata da decenni. A Minamata, una località del
Giappone, per esempio, all'inizio degli anni Settanta si verificò più o
meno la stessa cosa che stiamo subendo qui a Priolo e ad Augusta. Si
accorsero che tra la popolazione vicine a una fabbrica di clorosoda
nascevano bambini malformati e gli abitanti soffrivano di gravi malattie
dovute al mercurio che la alimentava. L'impianto venne riconvertito, ha
continuato a produrre clorosoda sostituendo il mercurio con delle resine
sintetiche. Sono trenta anni che chiediamo di fare la stessa cosa, ma non
viene fatto».
La chiave di tutto sono i costi che l'Enichem non vuole sostenere,
preferendo risparmiare su tutto, dalla sicurezza allo smaltimento dei
rifiuti, come ha detto il capo della procura di Siracusa, Roberto Campisi,
dopo gli arresti di giovedì: «L'attività d'impresa era connotata da una
volontà di riduzione dei costi, sia a livello alto che in quello
intermedio dell'azienda». Tutto a scapito dell'ambiente e della salute
dei cittadini.
A Priolo, Augusta e Melilli, lo ricordiamo, le percentuali dei decessi per
tumori è del 33%, e il tasso di bambini che nascono malformati, secondo
l'Organizzazione mondiale della sanità, ha raggiunto quasi il 6%,
superando di gran lunga la soglia d'allarme dell'1,5% fissata dalla stessa
Oms.
Ma non è solo l'impianto di clorosoda a far paura nel triangolo
industriale siciliano, uno dei poli chimici e petrolchimici più grandi
d'Europa. Le «bombe ecologiche» collocate su un'area altamente sismica
sono numerose. Tra queste, sempre dell'Enichem, gli enormi silos di
stoccaggio dell'ammoniaca, sostanza altamente tossica che l'Enichem fa
arrivare su nave dalla Russia e da Israele e che poi trasferisce su
ferrocisterna al petrolchimico di Gela. «Più di dieci anni fa, l'allora
ministro dell'ambiente, Ruffolo, firmò un decreto per la dislocazione in
sicurezza di quei silos - dice ancora Parisi di Legambiente - ma non se n'è
fatto niente. L'ammoniaca continua a viaggiare su treni che attraversano
paesi e città in condizioni di sicurezza molto precarie. Un malaugurato
incidente potrebbe causare un disastro immane, ma questo all'Enichem non
interessa».