LEGAMBIENTE PIEMONTE Onlus

Murazzi del Po 57 - 10123 Torino - ( 011/8125386-887176 FAX 011/8125483

 

Torino 10/08/1999

 

Congresso Regionale

Relazione introduttiva

Vanda Bonardo

(presidente Regionale)

 

 

QUATTRO ANNI DOPO ………

Dopo quattro anni è di nuovo ora di congressi , se ci voltiamo indietro quante cose accadute in questi anni , quante vicende nate e morte.

Certamente questo è un periodo di grandi cambiamenti: locali e globali; mutazioni strutturali, spesso così profonde da non essere percepite dai più.

I congressi di Legambiente sono una buona occasione per metterli in luce, infatti l’obiettivo fondamentale per un congresso di un’associazione come la nostra è la discussione sul taglio culturale da condividere per capire così quali compiti ci possiamo dare per i prossimi quattro anni.

 

Anni densi , questi appena trascorsi, con vicende forti, dai connotati più diversi .Hanno portato momenti tristi come la morte di Pasquale Cavaliere che ha lasciato un grande vuoto. Con Pasquale è andato via una pezzo della nostra vita della nostra storia e per ricordarlo vi propongo un minuto di silenzio.

 

/-----------------------------------------/

 

A proposito di cambiamenti epocali , io credo che il motto "agire localmente e pensare globalmente", oggi più di un tempo debba assumere valore per integrarsi profondamente con il titolo: "nonsolomerci " del congresso prossimo nazionale.

Il fenomeno della globalizzazione va assumendo i connotati più diversi e spesso più pericolosi , tuttavia esiste e con questo bisogna fare i conti. L’auspicio è di cogliere sempre meno globalizzazione e sempre più mondializzazione , per il significato più positivo in termini di giustizia e di rispetti dei diritti che assume in genere la parola mondializzazione ( per un rapporto più equilibrato tra il Nord e il Sud del mondo) .

Una risposta alla globalizzazione può essere una buona identità .L’identità in quanto tale non è necessariamente buona , non lo è il localismo esasperato che fa riconoscere l’uno all’altro solo perché si è tutti uniti contro qualcuno . Diverso è il senso di appartenenza, la consapevolezza di avere delle radici, una storia, degli avi, un patrimonio culturale e ambientale. E’ quel senso di sicurezza derivante dalla fiducia in sé e negli altri che ci permette di affrontare il diverso con un atteggiamento di disponibilità al confronto, al dialogo anche critico. Quindi un’identità densa di valori, fatta di coesione sociale , capacità di comunicare, solidarietà , integrazione tra culture ma soprattutto un’identità che rifiuti la "cultura del sospetto".

Insomma per poter incidere su quanto si va delineando è davvero necessario un nuovo umanesimo.

Dieci anni fa si sarebbe detto un nuovo ambientalismo, ora a distanza di anni, non si dimentica l’ambientalismo, ma lo si coniuga con il nuovo umanesimo. L’ambientalismo è e rimane una buona occasione di cambiamento della società. Il valore in più che oggi si aggiunge consiste nel riconoscimento di risorsa, di "bene limitato" non esclusivamente a materia, energia e territorio, ma anche a valori quali: la vivibilità , la partecipazione , la qualità della vita , degli spazi e delle relazioni e la capacità di gestire i conflitti.

Non è un caso che questo congresso sia stato preceduto dal convegno "Conflitto è politica , non guerra". Abbiamo scritto sul pieghevole "La terribile guerra nella ex-Iugoslavia non può lasciarci indifferenti, non possiamo continuare come se nulla fosse. La guerra è l’espressione massima della violenza e della distruzione dei rapporti. Non solo uccide, ma lacera in profondità le comunità locali, spezza il tessuto sociale ed ambientale che connette l’uno all’altro.

In realtà , quando si è in guerra c’è poco da fare , quindi bisogna evitarla. Ma quale formazione è utile per una società capace di evitare la guerra? Il conflitto è parte fondamentale della vita ed è una realtà quotidiana nelle relazioni dal micro al macro, ma come possiamo impedire che questo degeneri? Come si può imparare a gestire i conflitti in modo costruttivo? Come costruire partecipazione? Quali le dinamiche comuni alle diverse tipologie di conflitto? Quali i percorsi di ricerca?"

Queste le domande alle quali dobbiamo cercare di dare una risposta in tempo di pace cogliendo il conflitto come nodo fondamentale della vita.

Insieme al Centro Sereno Regis abbiamo operato partendo dal concetto che il conflitto non deve essere guerra cioè violenza fisica ma nemmeno strutturale . A proposito di violenza strutturale ci sarebbe molto da dire , basti pensare ai rapporti tra istituzione e società, tra varie categorie di cittadini , tra i cittadini di differenti età .Cosa sono i bambini e gli anziani per chi è preposto ad organizzare mobilità e strutture nelle città in funzione quasi esclusivamente dell’uomo di età media efficiente e produttivo? Spesso si opera come se non esistessero , per non parlare di diritti di altri viventi .

Sono convinta che il nuovo umanesimo debba occuparsi anche di questo e avviare revisioni , riletture del nostro rapporto con gli altri , i diversi che non necessariamente sono il bambino magrebino o la farfalla della Amazzonia, ma anche il vicino di casa , il gatto del vicino piuttosto che il bullo del quartiere o altro. Un umanesimo che sappia cogliere anche questi aspetti permette un recupero di valori, ma soprattutto favorisce la coerenza tra valori ,conoscenze e comportamenti, ancora una volta si tratta di un ambientalismo che supera i suoi fini più espliciti per diventare occasione di cambiamento.

Oggi le ansie dei cittadini, il bisogno di sicurezza aumentano più di quanto non crescano le rapine e gli omicidi (la situazione nel suo complesso oggi è migliore che all’inizio degli anni ’90 - dati "La Stampa 28 sett.’99-).E allora come sostiene Duccio Scatolero della Casa dei conflitti – Gruppo Abele : "quando le tensioni che attraversano il territorio rendono difficile la convivenza , si deve per certi versi , ripartire da capo e investire direttamente sui cittadini per aiutarli a ritrovare la loro naturale e spontanea capacità di regolazione sociale dei conflitti"

Innanzitutto , io credo, bisognerebbe imparare a riconoscere i conflitti senza volere risolverli a tutti i costi , non tutti sono risolvibili: esiste anche la possibilità di gestirli, riducendone danni e rischi. Significa accettare che il mondo è carico di contraddizioni e che alcune sono insormontabili ( non si può andare d’accordo a tutti i costi).

Se i problemi non sono tutti risolvibili, ma a volte solo gestibili allora non ha senso credere che sia possibile chiuderci tutti in una stanza, gettare via la chiave e uscirne quando tutti sono d’accordo, io poi soffro di claustrofobia. Mentre è importante : avere ,organizzare luoghi protetti dove le persone possano discutere, ma soprattutto dove non si soffochino i conflitti.

 

Cambiamenti e contraddizioni, dicevamo ,in questo fine millennio e il Piemonte, come il resto d’Italia non ne è esente anzi ,sotto certi aspetti ne evidenzia la consistenza più che altrove soprattutto per quanto concerne il passaggio ad un’economia postindustriale. Il problema del lavoro è il segno più chiaro del cambiamento strutturale che sta investendo i Paesi industrializzati e presto si estenderà a tutto il mondo. E’ in atto ,non da oggi ,una grande mutazione : si produce più ricchezza con sempre meno lavoro. L’economia che si sta realizzando produrrà sempre più sevizi e meno merci, quindi prodotti con un sempre maggior contenuto tecnologico, con enormi possibilità di resa soprattutto per quanto concerne l’utilizzo della materia , oltre che per i possibili risparmi energetici .Sempre più viaggeranno "i bit " e sempre meno "le molecole" .

A partire da questi elementi di analisi ,Legambiente ,da anni , sviluppa le sue riflessioni in campo economico cercando di contaminare in tal senso le altre forze sociali.

A ragion di logica si dovrebbe quindi poter rilevare che le previsioni "ufficiali" di consumo di materie prime , di energia, e di produzioni e di trasporti inutili via via vengano meno . Ma soprattutto si dovrebbe affermare un rifiuto per quanto concerne il sostegno alle grandi opere e alle infrastrutture.

Invece il consumo selvaggio di territorio continua, mai come oggi la lobby delle costruzioni e del tondino è così impegnata nel progettare strade, case e aree industriali. Una ricerca svolta nel 1997 dal comune di Torino ( Arch. Barone e prof. Picchierri) evidenzia che tra Torino e circondario ( 78 comuni più industrializzati ) vi sono 52.000.000 di mq di aree industriali esistenti di cui 3,7 milioni di mq vuoti o sotto utilizzati e oltre 20.000.000 di mq di nuova previsione (!)

Ci preoccupa parecchio che uomini di spicco del governo esternino ancora considerazioni del tipo:

"Le infrastrutture sono una leva strategica per rispondere a domande e aspettative , attese del tutto nuove e certamente superiori in termini qualitativi e quantitativi rispetto al passato in una società in cui merci e uomini si spostano molto di più e si sposteranno sempre di più" (Fassino Sant- Vincent maggio 1999).

E’ di questi giorni la riapertura della conferenza "Alta velocità /Alta capacità Torino- Milano" , storia lunga questa ,che ci vede ancora una volta in contrapposizione con il progetto, poiché siamo fermamente convinti che l’opera Torino –Milano e ancor di più il tratto Torino –Lione , a fronte di costi economici e danni ambientali elevatissimi , non costituiscono una risposta utile ad affrontare i reali bisogni del Paese. (v. documento trasporti di Legambiente Piemonte).Queste opere, se realizzate sopravviveranno non per l’utilità economica, ma solo se sostenute finanziariamente dallo stato italiano.

In Piemonte si sta assistendo ad un calo demografico senza precedenti, tendenza questa che sta contaminando l’Europa e che pare si estenda presto al resto del pianeta ( è ,interessante notare come i tassi di crescita stiano crollando anche nei paesi del terzo mondo) .In Italia , nel 2015, la popolazione sarà scesa sotto i 55 milioni di abitanti, contro i 57 milioni di oggi , eppure si continua a prevedere nuove aree residenziali, ne sono un esempio le enormi previsioni edilizie di tanti piani regolatori piemontesi .

Ma i timori maggiori sono suscitati dalla candidatura torinese alle olimpiadi invernali. Come tutti sanno, noi esprimemmo un giudizio negativo sul progetto di candidatura e oggi , dopo la vittoria di Torino, intendiamo continuare ad impegnarci per ridurre almeno l’impatto ambientale . E’ estremamente preoccupante in questo momento l’escalation di proposte e richieste mosse da interlocutori pubblici e privati , rivolte a potenziare le infrastrutture e l’indotto. Secondo noi occorre una azione di calmiere delle varie istanze via via avanzate e una seria analisi di merito sui progetti. Inoltre chiediamo alle amministrazioni un preciso impegno politico relativamente alle promesse di riduzione di impatto. In specifico riteniamo che :

- non si debba realizzare l’immenso stadio di velocità che sarebbe una replica ancor più inutile e

costosa della vicenda dello stadio delle Alpi

gli interventi previsti per i villaggi olimpici vengano ridotti e portati ad incrementare la dotazione di servizi della zona affinché la destinazione d’uso post-olimpica sia legata agli effettivi bisogni che la città esprime e non ad una logica di mercato

nelle valli il trampolino per il salto e la pista da bob non vengano realizzate come strutture stabili, e che sia ridotto l’impatto delle piste da bob e di biathlon

si tengano in considerazione tutti i rischi di dissesto idrogeologico, i deficit idrici ed i problemi di mobilità, per ridurre il danno all’ambiente delle valli ed alla qualità di vita dei loro abitanti.

 

"Attenti alla sindrome dei Giochi olimpici" intitolava un articolo un articolo de "L’eco del Chisone" che è il settimanale a maggior diffusione nel pinerolese e così proseguiva "… non facciamoci troppe illusioni e soprattutto non rinviamo la soluzione di problemi ordinari al mito improvviso di una manifestazione che non può trascinare tutto, non può risolvere tutto, non può farsi carico di cambiare il carattere e le condizioni di vita di un determinato territorio. ….. senza investimenti e progetti a lungo termine, senza una scuola che offra personale specializzato noi non avremo un benessere stabile ed ampio" :

Il Piemonte ha bisogno di progetti di sviluppo turistico, ma questi devono tenere in considerazione il contesto, i luoghi , i bisogni della comunità , devono essere distribuiti nel tempo e nello spazio soprattutto se si vuole operare su un ecosistema fragile come quello montano e su un ambiente ai limiti della sopportazione come quello cittadino.. Occorre partire dal presupposto che se il territorio è consumato, diventa esso stesso causa di crisi . Per un turismo sano, che duri nel tempo non è sufficiente una notorietà internazionale, acquisita tramite il grande evento , occorre una pianificazione articolata per non concentrare i turisti tutti nella stessa stagione, con servizi differenziati : per terza età, turismo congressuale , scolastico, naturalistico, di valorizzazione del patrimonio artistico, dei prodotti locali. Occorre creare una rete di servizi per soddisfare quelle richieste in continuo aumento da parte della clientela che vuole evitare i luoghi di grande affluenza e cercare attrazioni originali e buoni cibi . Il consistente successo riscosso dalle Langhe e Roero presso le popolazioni tedesche e svizzere ne è l’esempio.

Non si può che condividere l’affermazione dell’ ex-ministro francese della cultura Lang. Aveva ragione Lang quando sosteneva che "L’Italia gli fa venire in mente un contadino che sotto il suo campo ha una miniera di diamanti , ma preferisce coltivarci le patate o costruirci sopra i capannoni".

 

Anche se non colte dai più, le mutazioni comunque avvengono e fan ben sperare quegli economisti che si vanno contrapponendo a coloro che ancora credono nello sviluppo attraverso la cementificazione . Economisti come Gerelli valutano come indice di sviluppo la diminuizione delle t/Km di trasporti ( in assoluto, non solo su gomma) o la diminuizione (in assoluto, non solo in relazione al PIL) del consumo energetico . I cambiamenti demografici e tecnologici sono tali per cui le questioni ambientali non pretendono di condizionare l’economia, sono esse stesse economia . Solo arretratezze culturali dure a morire ( perché legate a interessi particolari ), certezze e blocchi prodotti da preconcetti ben ancorati impediscono di comprendere che la valorizzazione del territorio non passa attraverso la cementificazione, la difesa del territorio non si attua con muraglioni, pulizie e canalizzazioni dei fiumi. Ad esempio non si capisce come in un paese civile si voglia demolire un consistente tratto autostradale in terrapieno e lo si voglia ricostruire in viadotto con notevoli costi economici e ambientali (nodo idraulico di Ivrea) : la giustificazione accampata è che il tratto è sito in zona esondabile (piena con tempo di ritorno di 500 anni) .e ,se arriva l’acqua ( la probabilità che ci sia un metro d’acqua sull’autostrada è di uno ogni 500 anni) si rischia di bloccare la circolazione, allora si preferisce ricostruire tutto piuttosto che rischiare di chiudere l’autostrada per un po’ di ore, come farebbe un qualsiasi paese civile. (!)

In una visione poco lungimirante anche ambiente e lavoro spesso sono stati posti in contraddizione, ma proprio per quegli elementi più volte citati , oggi, se c’è volontà politica è possibile , anzi naturale il raccordo tra i due: Abbiamo iniziato a dirlo nel ’93 con "ambiente, lavoro e futuro", ma le difficoltà non sono mancate: Pensiamo ad esempio alla chiusura dell’ACNA a Cengio, o all’inquinamento del lago Maggiore ( stabilimento ENICHEM di Pieve Vergonte) . Entrambi esempi di apparato produttivo obsoleto che è sopravvissuto non per ragioni di mercato, ma perché super assistito. Altro è la riconversione ecologica e la modernizzazione della produzione e là dove è avvenuta quasi sempre si è registrato un miglioramento del conto economico dell’azienda (risparmio di risorse, maggiore valore dell’azienda in caso di vendita).

Indice di cambiamento del sistema è anche l’aumento del peso dei bisogni collettivi sociali. La crescita economica non è più indice di benessere, mentre aumenta il bisogno di qualità della vita , sale la domanda di beni sociali a discapito di beni privati . Si aprono nuovi spazi di lavoro per attività riguardanti la tutela del territorio, la prevenzione, la gestione dei rifiuti.

A proposito di rifiuti, in particolare di raccolta differenziata , ci preoccupa abbastanza l’ andamento di questa ultima, un po’ dovunque in Piemonte, poiché , tranne alcuni casi positivi fra cui Torino, le percentuali sono ben al di sotto del limite imposto dal decreto Ronchi. Altrettanto ci preoccupa le dichiarazioni della Confindustria che in questi giorni ha lanciato una decisa campagna a favore dell’inceneritore a Torino. Piuttosto noi riteniamo che la più importante associazione degli industriali dovrebbe impegnarsi maggiormente fra i propri associati al fine di realizzare prodotti che comportino una consistente riduzione dei rifiuti e favorire lo sviluppo di settori e singole aziende finalizzati al riciclaggio, in modo ambientalmente corretto. Questa è la strada che può favorire molta più occupazione che un inceneritore.

In tutte queste contraddizioni tra nuovo e vecchio, Legambiente che fa? Come potrà muoversi? Come si dovrà organizzare ? Quali compiti si dovrà dare la nostra associazione a livello piemontese?

La sfida da raccogliere è enorme, è difficile stabilire cosa può fare un’associazione come la nostra. . Una associazione non d’elite , ma di cittadini che continuano a stare insieme perché credono di poter fare qualcosa di buono per il proprio Paese.

A questo punto credo sia utile ricordare quali sono le radici del nostro agire . Noi veniamo da quella cultura denominata "ambientalismo scientifico". Con ciò mi riferisco a quel pensiero che ancora oggi intride la struttura più profonda , più ricca in termini di complessità della nostra associazione. Tuttavia anche quella di più difficile ascolto e conoscenza..

Così si scriveva nel lontano 1983 su " Il Malpaese – Rapporto sull’ambiente" : se una specificità ha

da avere la Legambiente nel quadro dell’ambientalismo europeo , … è quella d’arrivare al cuore strutturale dei problemi…e - proseguiva a proposito di " ambientalismo scientifico" - la stessa continuità culturale che ci ha fatto cercare le ragioni economiche profonde del degrado e del consumo o quelle della "creazione dei bisogni", e le stesse assonanze linguistiche, ci hanno condotto a pensare come " scientifico" un tale ambientalismo. In effetti alla maniera delle scienze empirico- analitiche esso tende a determinare le leggi, o addirittura "modelli coerenti " degli insiemi di fenomeni che costituiscono l’equilibrio ambientale. Non solo, ma anche nello spazio "sovrastrutturale" ( quello delle scienze umane e sociali) esso mira ad organizzare in modo globale la difesa e la promozione di un equilibrio vivibile e godibile : una sistematicità che si fa "politica" . E’ dunque la prassi , alla fine, il terreno ricercato. Alla prassi – oggi diremmo all’azione- tendono in eterna verifica , l’ideologia e la propaganda , l’azione globale di acculturamento e la stessa , ,urgente , elaborazione teorica… Se l’obiettivo finale è la prassi , le belle battaglie interessano per il risultato , per la posta che è in gioco. E quando si fa battaglia per vincere, bisogna averle pensate proprio tutte, essersi coperti su tutti i fronti possibili: le strategie si fanno globali, i piani di scontro molteplici quello culturale-ideologico, quello politico, quello legale, quello economico, quello tecnico, quello scientifico, quello movimentistico di piazza ".

E allora ambientalismo scientifico non significa esclusivamente ambientalismo che si fa scienza e tecnologia. Esse sono solo due tra le componenti. Non si tratta di negare il valore conoscitivo contenuto nelle "conoscenze scientifiche" (sarebbe superficiale e banale ) , ma si tratta di riconoscere che l’introduzione di determinate tecnologie, l’applicazione su larga scala cioè della conoscenza scientifica modifica profondamente la società. Su queste modifiche, sulle relazioni d’insieme bisogna provare ad incidere a cambiare. Occorre che nel mondo ambientalista cresca la consapevolezza della posta in gioco ma non è facile.

- I limiti della conoscenza (Spoleto scienza ’98 ) non sono soltanto conoscitivi: quanto più le discipline scientifiche e le tecnologie che ne derivano, specie sul versante delle scienze biologiche, affondano la loro capacità di presa sulla natura, tanto più emergono problemi dell’uso delle conoscenze, della capacità dell’uomo d’oggi di gestire in maniera corretta l’immenso patrimonio conoscitivo che si va accumulando e di evitare, laddove possibile , i danni all’uomo e al pianeta che ne possono derivare -

Allora la soluzione non sta nella collezione di informazioni che se non ordinate e assimilate sono inutilizzabili, ma nell’acquisire metodo. Non possiamo illuderci che chi si impegna nel volontariato ambientale, sia esso nei nostri circoli o in comitati, con un po’ di informazioni , magari scaricate da internet , riesca ad essere d’un solo colpo competente come un architetto, un geologo, un forestale, un idraulico, un "rifiutologo", un insegnante, un "energetico", un veterinario e altro ancora. Tutto ciò a tempo perso.

Al contrario è da acquisire un metodo di lavoro, un metodo che permetta di agire ai differenti livelli (politico, scientifico, di piazza , di campagna ecc.) sapendo come e dove cercare l’informazione utile e poi come usarla.

E’ quindi una questione di metodo e di strategie, "le strategie si fanno globali……."

e allora Legambiente volendo attrezzarsi per metterle in atto dovrà pensarsi anche come struttura.

Per anni, oltre a promuovere la partecipazione dei cittadini la nostra associazione, in alcune situazioni ha sostenuto il ruolo di supplente degli enti pubblici, erano i tempi in cui Goletta verde o Canoa verde e simili facevano le analisi in sostituzione delle ASL, questo ruolo si va esaurendo, ora si spera che ci siamo gli enti preposti e poi comunque è più utile e importante pretendere che gli enti facciano il loro dovere piuttosto che supplirli all’infinito.

Una Legambiente quindi che non è un’agenzia di servizi o un progettificio ma nemmeno un gruppetto di amici , una specie di circolo regionale che si ritrova quando può e che si accontenta di affrontare poche questioni e trasformarle in buone vertenze.

Nell’orizzonte che si va delineando, da un lato serve un sempre più forte impegno nelle vertenze: :la lobby del cemento e le caste industriali non hanno nessuna intenzione di morire, anzi sono sempre più pervicaci nelle loro azioni . Ma dall’altro è anche indispensabile uscire fuori dalla nicchia ambientalista altrimenti c’è il forte rischio di arroccamento su posizioni integraliste. Ciò non è mai buona cosa, anche se nasce da fini nobilissimi . C’è il pericolo di passare il tempo rinchiusi nelle nostre stanze a litigare su questioni incomprensibili ai più per poi uscire dimentichi di quelli che sono i problemi reali. E i problemi esistono , più volte la nostra associazione ha rilevato l’assoluta non centralità delle politiche ambientali e sociali all’interno delle discussioni e dei progetti dei diversi schieramenti politici: sia della maggioranza al governo, che tranne qualche eccezione non ne ha fatto una delle sue priorità, sia a maggior ragione dell’opposizione, in cui non si rintraccia alcuna significativa azione o scelta nella direzione da noi auspicata .

E allora come far pesare la struttura ambientalista sui processi in atto indirizzandoli verso quei cambiamenti che piacciono a noi ? Per agire in questa direzione sono d’accordo con chi sostiene che abbiamo bisogno di scartare quelle due derive che consistono da un lato nella chiusura dentro lo specifico ambientale, una sorta di nicchia salvifica, dall’altro il rischio di perdere la propria identità e la ragion d’essere, mescolandoci con tutto e con tutti.

Io credo che un ambientalismo che vuole avere il diritto di dire la sua sulla corruzione, oltre che sulla riforma della scuola ,sulla sicurezza dei cittadini o sul lavoro , deve saper impiegare in modo sempre più proficuo il valore d’uso dell’ambientalismo.

E poi si dovrebbe operare anche costruendo modalità di intervento e di atteggiamento "costruttivi" che evitino l’espressione dei problemi attraverso la continua "lagna". I problemi esistono, ma non si raggiunge alcun risultato se sono affrontati coltivando la "sindrome di Calimero".

Al contrario vanno valorizzati gli atteggiamenti ottimistici . Un buon esempio secondo me sono i numerosi insegnanti che ho incontrato in questi anni .Essi, non soddisfatti del loro rapporto con la classe, con il proprio lavoro non hanno continuato a lamentarsi, perché i ragazzi sono cattivi, non hanno voglia di far niente, o perché il sistema è opprimente. Con la forza e l’ottimismo di chi ha voglia di essere protagonista, hanno utilizzato l’educazione ambientale come occasione di cambiamento. Hanno sperimentato nuove metodologie trasformandosi in insegnanti ricercatori, in facilitatori .

 

 

Marco Revelli, (Il Manifesto 30/7/99 ) a proposito di "aria morta nella sinistra" sostiene -che serve una "produzione di società " attraverso iniziative reticolari che rompano l’atomizzazione e le solitudini, … e.. .. un’inedita disponibilità a "rompere le righe" , a uscire dai piccoli gruppi in cui ci siamo rinchiusi come in tante prigioni ………-. Questo appello volto ai partiti della sinistra italiana , io credo che altrettanto bene, si adatti alla nostra associazione , gli strumenti probabilmente saranno diversi, ma la "strategia globale" da sviluppare mi pare sia proprio di questo tipo .

Per condizionare le politiche abbiamo bisogno di crescere, di aumentare le forze interessate alla nostre posizioni. Alle nostre si devono aggiungere tante altre forze nuove.