L’AMBIENTE NELL’EPOCA DELLA FINE DELLA CRESCITA

 

 

1. Penso a quel piglio un po' epico che hanno anche i romanzi minori di Garcia Márquez (Amor en los tiempos del cólera) e mi pare che la trasformazione umana ed economica inedita e inattesa al volgere del secolo abbia tanto di epos da polarizzare tutti i riferimenti. E’ ad essa che tutto ritorna. Amore ai tempi del non lavoro, dovremmo dire noi, o Ambiente nell’epoca post-industriale. Ma, sopratutto, Ambiente alla fine della crescita.

Perché il fondo strutturale, demografico, tecnologico del nostro mondo è cambiato così rapidamente che i temi o gli oggetti ambientali da marginali, residuali rispetto allo "sviluppo", oggi sono diventati lo sviluppo; non pretendono di condizionare l’economia perché sono l’economia.

Si pensi all’acqua e alla terra nella pianificazione "di bacino idrografico", che è quella più globale e più concreta. Un approccio conservativo, una filosofia di protezione del residuale, gira tutta sul concetto di soglia, il livello da non valicare: come le sostanze disciolte della tabella della legge Merli, o il Deflusso minimo vitale da assicurare al fiume, la fascia di pertinenza da rispettare sulle sponde, o l’obbiettivo generale d’un dieci percento di Aree Protette. Un approccio strutturale è invece quello dell’uso economico reale del suolo, una volta che l’obbiettivo idrologico e geomorfologico della copertura vegetale s’è dimostrato di gran lunga il più redditizio, oltre che il più "bello" (del regime delle acque e della stabilità dei versanti e delle spiagge). Da ridotto assediato di conservazione a motore essenziale. Faccio tre esempi:

 

a) Il Terzo Mondo. Ancora sei-sette anni fa si pensava - con l’eccezione di (noi) pochi inascoltati - che il Terzo Mondo, e con esso tutto il mondo, andasse a un boom demografico incontrollato, a una domanda inesausta di terra da coltivare e quindi di energia da consumare, di carrying capacity da riempire. Dieci miliardi di bocche titolava la conferenza FAO del ‘96 sulla fame, e i nostri ministri dovettero andar lì ad avallare tesi ormai assurde, come quella delle terre vergini per l’agricoltura.

Oggi i più attenti e i più acuti sanno che la popolazione mondiale, che è di sei miliardi, non raggiungerà mai i sette, si fermerà, nell’arco di appena trenta o vent’anni, e poi comincerà - incredibile - a diminuire (che cosa può voler dire in termini biologici il dato d’una specie vivente che vedeva - ancora nel 1988 - tre nascite per ogni morte, e che s’avvia ora precipitosamente verso la diminuzione? ) Ma, evidentemente, non erano biologiche e nemmeno fisiche le "leggi umane", e l’entropia non era una funzione economica.

Sappiamo ora che un paese di medie dimensioni come Canada o Argentina può sfamare tutto il mondo oggi e per sempre : mondo che (quindi, volendo) potrebbe essere tutto riforestato. Lo Zimbabwe potrebbe tornare ad aver un elefante per ogni abitante, come aveva nel 1900. E - continuando un (rigoroso) excursus nell’assurdo - potremmo far tornare l’elefante africano Loxodonta nella valle del Tevere ove il cugino Elephas antiquus fu sterminato non molte migliaia di anni fa. Un batter di ciglia, difronte alla Storia che si riapre, e che pareva finita.

I trecento milioni di ettari irrigati oggi nel mondo già sfamerebbero da soli i sette miliardi che non saremo mai: tutto il resto è coltivato per il macero, per il disordine. Ed è l’agricoltura primitiva di miseria, "itinerante", che distrugge il Sahel e brucia l’Amazzonia; e il fuoco delle stoppie e della boscaglia contribuisce per più del 20% a tutta la CO2 del pianeta...

Abbiamo parlato solo dell’evoluzione delle nascite: chiudendo finora gli occhi difronte alle morti, che in Africa meridionale corrono - per l’AIDS - verso i tre milioni all’anno, raddoppiando semplicemente il tasso di mortalità consueto.

b) Consumo di risorse e di energia. Oggi un paese ricco come l’Italia vive con 7.000 kwh all’anno di energia , produce 7 tonn. di CO2 (contro le 22 degli USA). Se questo dato (che pure è altissimo, in termini di bisogni reali) si proiettasse a far da media per il mondo l’emissione globale attuale non crescerebbe di molto: il temuto avvento al mercato dei paesi sottosviluppati non esiste, è un’invenzione della soi-disante Agenzia Energetica Internazionale, che pur vede in Italia famosi sponsors anche governativi. Di petrolio e di gas ce ne sarebbe ancora per secoli quando il mondo sarà già spento per effetto serra o riciclato a lucido in equilibrio perfetto.

E comunque lo si guardi il problema della riduzione della CO2 è ormai solo culturale, non strutturale-economico. La Cina ha realizzato l’ultimo raddoppio di PIL (in 7 anni) con un aumento del 26% appena di consumi energetici: se il trend continuasse, arriverebbe al PIL attuale degli Stati Uniti (tra 18 anni) con un sesto dei consumi americani attuali. La domanda "reale", strutturale, è continuamente calante. E il dato più clamoroso è stato ovviamente taciuto da tutti : nel ‘98 si è registrato un calo in assoluto della domanda globale di energia nel mondo, per la prima volta dopo la crisi dell’82: e questo calo in presenza d’un prezzo del petrolio (13 dollari/barile) il più basso in termini reali dallo shock del ‘73.

 

c) La smaterializzazione dell’economia. Oggi un operaio produce beni di consumo e di investimento per 120 persone, un contadino cibo per 140. L’Italia ha 12 milioni di ettari coltivati, (dei quali 5 irrigui con una follia di consumo di 30 miliardi di m3 d’acqua): ne basterebbero due milioni, tutti gli altri vanno abbandonati alla rinaturalizzazione, (con elefanti o senza, decideranno i naturalisti).

Per contro, con incredibilmente favorevole simmetria, nessun giovane è più disposto al lavoro manuale, settantasei ragazzi su cento hanno preso quest’anno il diploma, di essi venticinque o trenta arriveranno alla laurea. Per dar lavoro a queste persone, per allargare a loro la "base produttiva" non serve finanziare opere ("centomila miliardi all’anno per il sud"...) nè inventarsi improbabili appalti di costruzioni: non abboccherebbero, dovremmo cercare oltre Adriatico gli operai relativi. Che poi le opere "non servano" allo sviluppo, l’hanno capito quasi tutti. Il ricorso agli studi di fattibilità per i progetti di sviluppo ne farebbe piazza pulita più di qualsiasi procedura d’impatto ambientale. Esso ricorso viene ora proposto dal Dipartimento delle Coesione del Ministero del Tesoro per razionalizzare il flusso dei Fondi strutturali dell’Agenda 2000 per il Mezzogiorno: se onesto, può davvero allargare questa cultura o questa coscienza, facendo per esempio saltare agli occhi l’insostenibilità economica degli investimenti di infrastrutture.

 

2. C’è stata, si diceva, una tendenza diffusa tra i pianificatori a valutare il danno ambientale in termini di "prezzo pagato allo sviluppo" e quindi a porsi il compito di limitare questo prezzo e di aumentare il rapporto costi/benefici globale. La situazione attuale ripetiamo è nettamente diversa: lo sviluppo realmente moderno (post industriale) risulta pochissimo "esigente" in termini di spazio, d’energia, di carrying capacity; al contrario, il consumo di suolo, il degrado, l’inquinamento finiscono per penalizzare l’economia di gestione e di fruizione, la distribuzione del reddito, l’occupazione.

Ma anche se fosse ancora accettabile il concetto di "prezzo da pagare", questo apparirebbe assurdo e del tutto sproporzionato allo sviluppo ottenuto. Quanto valevano le spiagge del Cilento che la diga dell’Alento ha fatto erodere e sparire? Ora poi, non trovando - ovviamente - terre da irrigare, il Consorzio di Bonifica di Velia vuol vendere quell’acqua agli acquedotti (!). Trascurando bellamente il dettaglio che il Cilento disponeva già d’una risorsa sorgiva o sotterranea rinnovabile di almeno un miliardo di metri cubi, a fronte d’una domanda acquedottistica di 20 milioni ...

E qui c’è da aprire un nuova finestra, decisiva, sul problema della contrapposizione dell’economia di gestione opposta a quella della costruzione, che per prima proprio la legge sulle Risorse Idriche 36/94 ha portato alla luce, essendo appunto l’economia della gestione la più tipica tra quelle postindustriali.

 

3. Ma è necessario prima allargare la finestra sull’orizzonte più generale, quello dello sviluppo in se, solo per dire che l’analisi non à andata molto avanti, dopo - per esempio - la denuncia di Rifkin del 95 (La fine del Lavoro); e per ricordare che per Rifkin l’allarmante calo dell’occupazione industriale non pareva trovare compenso in quella post-industriale (dell’informazione). Trovando anche, come diremo, che un’eventuale antropologia senza il lavoro pareva molto difficile da accettare in ambiente culturale occidentale.

Si dovrebbe notare che le conseguenze economiche possibili sono a ben guardare moltissime (e potenzialmente positive) e non riguardano solo il problema urgente dell’occupazione (sul quale pure spalancano straordinari scenari, insieme coi timori), ma tutti gli aspetti della vita sociale. A volte si direbbe che solo la scarsa perspicacia e la scarsa serietà delle indagini statistiche ha potuto finora nasconderne l’importanza alla maggioranza dei commentatori. Dei quali nessuno dice, per esempio, che non è vero che sia in corso uno sbilancio tra popolazione attiva e popolazione totale a causa dell’invecchiamento: prima per ogni adulto c’erano due bambini e un vecchio, oggi un bambino e due vecchi, dov’è la differenza?

Ma è proprio sul fronte dell’analisi e dell’informazione statistica che si è consumata in Italia la mistificazione più grossa. Gli esempi sono infiniti. Quando l’anno scorso si è registrato un calo del 4,7% nelle immatricolazioni universitarie, subito gli opinion leaders si sono lanciati nei commenti più saccenti e più sicuri, la disaffezione, l’arricchimento precoce ... a nessuno venendo in mente di verificare il calo di popolazione in quell’ anno: che era dello stesso ordine. E così persino chi confronta la crescita del nostro PIL (1,8%) con quello americano (3,6%) dimentica sempre di dire che il nostro va diviso per un calo demografico dello 0,2% (1018:998), quello americano per una crescita dello 0,9 (1036:1009), finendo per riavvicinarsi sensibilmente.

Ma là dove lo scollamento tra realtà e finzione è diventato demenziale è sugli investimenti di sviluppo: sottratti da tempo alla più tenue parvenza di quella analisi di fattibilità che è il loro unico strumento, e poi poco a poco sottratti anche alla logica più elementare.

L’esempio più noto In questo nostro contesto di popolazione di 57 milioni in rapido calo e di un "patrimonio" (o un fardello) edilizio di 120 milioni di stanze e di 8 miliardi di m3 di capannoni industriali, qualsiasi programma edilizio appare da tempo demenziale e mafioso, anche facendo salve situazioni locali, mutate esigenze tipologiche, e tutto ciò che si vuole. Eppure lo strumento di sviluppo che (oggi!) sembra riscuotere maggior fortuna è il Patto Territoriale, o il Contratto d’Area, da Ravenna a Castellammare di Stabia, di cui gli elementi speculativi e le deroghe urbanistiche sono il massimo appeal, quando non l’unico.

Scollamento, si diceva. Da un lato, ormai anche gli studenti ripetono che nella società dell’informazione viaggiano i bit mentre le molecole (o gli atomi) stanno fermi; dall’altra la lobby del calcestruzzo non è mai stata così attiva a chiedere strade e bretelle , porti e interporti, viadotti e ferrovie. Oppure. Da un lato ci si dispera a pensare ai due o tre milioni di ettari irrigui da abbandonare perché cessa il sussidio comunitario (che fino ad oggi ha tenuto il mais europeo a un prezzo doppio di quello del mercato): dall’altro sono ben dieci le grandi dighe nuove per irrigazione in fila per l’approvazione e il finanziamento.

Lo sconcerto è totale perfino tra gli ambientalisti: che sembrano non capire (ad esempio) che il problema della nuova diga sul Flumendosa (che farà sparire - col trasporto solido - l’ultima spiaggia) non è se farla a 10 km dal mare o a 12, ma perché farla.

 

4. Mancata dunque ancora del tutto un’adeguata filosofia, le reazioni più rapide - ma anche le meno convincenti - sono state quelle dei sociologi e di politici. Cui preme sopratutto l’effetto concreto della perdita di posti di lavoro (legata alla smaterializzazione) che l’economia dell’informazione è ancora ben lontana dal coprire, o il calo demografico. Come nel saggio di Rifkin, nel quale la prospettiva sociopolitica è dominante, della fine del lavoro.

Ma per tutte le cose accennate, buon senso suggerirebbe di credere che la prospettiva d’aumento della domanda e dell’offerta di informazione sia praticamente illimitata . Anzi, che si assista per la prima volta a una crescita illimitata di fattori di produzione. E’ quindi probabile che la domanda e l’offerta di servizi informativi non sia adeguatamente attrezzata, che le mezze mele stentino ad incontrarsi, anche se perfette per combaciare. Che ci sia comunque un enorme ed incerto lavoro da fare, per organizzarne lo scambio e il mercato, le regole del contratto.

L’insufficienza più urgente è quella delle pubbliche amministrazioni che sfornerebbero - se sapessero farlo - miriadi di contratti di consulenza e di servizi informativi, creando un indotto ricchissimo di piccole aziende , team di esperti, agenzie, gruppi di assistenza: di cui i cittadini loro amministrati hanno enorme bisogno. Ho sperimentato da amministratore che gli apparati burocratici sono progettati e addestrati a far appalti (anche enormi) d’opere e di forniture spessissimo inutili, eccessive, ingestibili: ma si rivelano incapaci al "procurement" di quei pochi milioni di servizi che consentirebbero loro, tra l’altro, la gestione delle cose pubbliche.

Organizzare la domanda e l’offerta di servizi è stato il mio impegno fisso e difficile. Mancando questo ottimismo, questa immaginazione, la fine del lavoro materiale diventa allora - davvero - fine del lavoro tout court.

Anche chi crede che questo pericolo non esista è comunque tentato di accettare la sfida: e se il lavoro finisse un po' davvero? Poichè - nessuno lo nega - questa fine avverrebbe comunque in presenza di continua crescita del reddito, il problema diventerebbe solo sociale, enorme welfare di un popolo di disoccupati ricchi.

Questa reductio ad absurdum possiede - abbiamo scoperto - un valore didascalico eccezionale, quello del rimettere in gioco, per la prima volta dopo Adorno, la filosofia del lavoro, dell’homo faber, del divenire. Il fare doveva per forza opporre l’essere al niente: a un faber appagato la contemplazione d’un divenire non suo sarà forse possibile.

 

5. Naturalmente questo è il vuoto più grosso, ed è antropologico: una volta che lo si percepisca, certo: ora che è stato scoperto, o confusamente e angosciosamente intuito dopo un accordo tacito di rimozione durato decenni. La mia generazione, ho azzardato, farà ricorso ai suoi numi, tanto amati una volta e poi a malincuore lasciati cadere sulla strada del realismo: Grundrisse, per esempio, i Francofortesi. Anche Bateson allora.

Mi accadde tanti anni fa di chiudere con una delle Minima Moralia di Adorno (Sur l’eau) il mio libro sui fiumi, una moralia che (col titolo di Maupassant) parlava già del non lavoro, del faber placato, un tema che Grundrisse e i marxisti fino a Marcuse già amavano, nel cuore segreto della Teoria dei bisogni.

Nessuno ne è più lontano di quanto non ne siano i Democratici di Sinistra oggi, e i socialisti europei. E proprio in senso antropologico, oltre che economico. Da quanti anni essi non si sono più chiesti che vuol dire lavoro? E’ ancora ciò che traduce in atto le potenzialità umane? Che vuol dire ricchezza? E per quali bisogni, e per quale larva di mercato. Era addirittura Raffaele Mattioli ad avvertire che - staccate dal loro senso quotidiano le sue entità - il ragionamento economico si riduce a una danza di fantasmi e di larve.

Ma l’antropologia mancante è tutta quella della non crescita, non solo quella del non lavoro, per quanto estesa possa spaziare, si è visto, quest’ultima accezione.

Di colpo ci si accorge che questo secondo problema non esiste, o esiste assai meno nuovo di quanto non pare. Che, anzi, la crescita è affare tutt’affatto moderno. Per l’uomo del Medioevo o dell’antichità classica il "progresso", la "crescita" non esistevano, in nessuna parte del mondo: l’avventura umana era pur sempre un esilio, dopo l’età dell’oro, o una riconquistata, breve alleanza. Lontano, minaccioso, c’era il dettato della Bibbia, maligno nel duro latino della Volgata: Crescite, replete terram. Ma si capiva benissimo che il "replete" si sarebbe compiuto solo alla fine, al Giudizio. Identificato dalla fantasia popolare con l’immutabile eterno definitivo: quando smorzeranno le luci, come nel sonetto del Belli, e bonanotte.

Semplificando, allora, quali sono le implicazioni filosofiche del rifiuto (cosciente) della crescita, che oggi sembra irreversibile nei fatti quanto ignorato nei commenti. E, in modo indiretto (ma forse inseparabile), della difficile difesa di quella che i padri dell’ottocento chiamarono conservazione della specie, un concetto mai aggiornato appieno nè rivisto, nemmeno nel ristretto senso biologico. Nel baratro di un fertility rate di 1,15 figli per donna: che è come dire dimezzare la popolazione italiana ad ogni generazione.

Semplificando ancora di più, con stupore qualcuno dovrà pur accorgersi (a partire dall’88, anno del massimo indice di crescita demografica del mondo, 2,1%) che allora la scelta procreativa, presa per scontata e naturale, poteva leggersi come in gran parte incosciente e subita (almeno per le donne), disinformata, violenta. Che le antropologie della fertilità (regnanti ovunque nel mondo, di qua e di là dalla cultura occidentale) potevano anche tranquillamente svanire come sono svanite quelle della guerra o delle virtù marziali, o del terrore dei morti, alle prime luci di qualsiasi alba scientista e razionalista (un po’ più smaliziata, magari, di quella illuminista voltairiana). Che, non appena tecnicamente possibile, proprio le donne l’avrebbero spazzata via in un unico fascio di rifiuto con i tabù più assurdi, della circoncisione, del ciclo.

Un’infinita galleria di finestre coassiali, in fuga.

 

6. Ma l’urgenza di oggi è la rapida ridefinizione dell’universo ambientale, ora che la pressione (fisica, antropica, culturale) s’allenta di colpo, si svuota di senso economico, anche solo speculativo.

Si apre tra qualche settimana il Congresso a Firenze della Legambiente, il primo con la sinistra (e gli ambientalisti) al governo, e insieme il primo della non crescita, della fine del lavoro manuale, dello sviluppo energivoro, tanto affamato di carrying capacity, di spazio.

Il primo del mondo liberato dal boom demografico e produttivo. Chi ha seguito la vicenda ambientalista sa quant’è stata difficile, all’interno del movimento, la vita dell’ambientalismo scientifico, (che già nel 1986 percepiva l’inversione dei trends, e credeva - con tutte le riserve - nella tecnologia): e il contrasto con l’ambientalismo sociologico, alla Lester Brown. I sociologi catastrofici gli economisti utopisti sembrarono prevalere, anche in Legambiente. Il bollettino tradotto del Worldwatch diventò supplemento di Nuova Ecologia, contribuendo anche a diminuirne il rigore; l’approccio volontaristico prese sopravvento su quello autodefinito "scientifico".

Ma, crediamo, ora è di nuovo avanguardia.

Legambiente che nell’83 ad Urbino già per prima aveva definito (nelle tesi) lo sciogliersi obbligato della pseudo-crisi energetica (o delle risorse), oggi è di nuovo prima nel lavoro di definire i termini del mondo sottratto alla pressioni esterne, e quindi libero di pilotare in modo economicamente "feasible" (e "correct" in senso antropologico) questo suo straordinario divenire, ridivenire. Com’è costume dell’ambientalismo scientifico intende influire su questo divenire esplorando e chiarendo tutte le sue possibilità economiche, tecniche, tecnologiche, sociali, antropologiche, morali. Ritiene questa la ragione politica della sua esistenza.

C’è da spazzar via una montagna di falsità, un’incrostazione spessa di luoghi comuni che tutti i mass media ripetono, in un incredibile coro di disinformazione, stonato ed uniforme, all’infinito.

 

 

Giuliano Cannata

17/8/99

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

P.G. Cannata, "I fiumi della Terra e del tempo", F. Angeli, 1986

L. Thurow, "La società a somma zero", Il Mulino, 1981

H. Daly, "Lo stato stazionario", Sansoni, 1981

E. Gerelli, "Società post-industriale e ambiente" Laterza, 1993

J. Rifkin, "La fine del lavoro", Baldini e Castoldi, 1995

T. W. Adorno, "Minima Moralia". Einaudi, 1954