AL III SETTORE

PIANO FAUNISTICO-VENATORIO PROVINCIALE

Osservazioni

PREMESSA

Si riconosce lo sforzo effettuato dai funzionari del III Settore della Provincia del VCO nel tentativo di reimpostare il PFVP, allargando l’orizzonte di studio dalle specie di stretto interesse della caccia ad una visione più ecologica, che si collega anche agli studi predisposti da altri Settori.

Posto che la caccia in Italia è un’attività legale, seppure contestata dalla maggioranza dei cittadini, da parte delle associazioni ambientaliste si tratta di discuterne i limiti e di contenerne gli effetti. Ci sarebbe piaciuto, ad esempio, che fosse accolta dalla Provincia del VCO la richiesta che avevamo avanzato di sottrarre alla caccia tutti i siti Natura 2000, qui sottoposti a studio di Valutazione di incidenza, sebbene la legislazione vigente non contempli ciò. Noi credevamo che milleseicento persone armate di fucile potessero accontentarsi di avere a propria disposizione tutto il territorio rimanente, che è assolutamente in proporzione inversa al numero dei non cacciatori, ai quali viene riservata una ben misera porzione di territorio non cacciabile.

Segnalerò qui di seguito alcune osservazioni puntuali.

Pag. 8 e segg. (falco pellegrino, gufo reale).

Si sottolinea il decremento subito dalla specie a livello europeo a causa dell’uso massiccio in agricoltura di insetticidi quali il DDT. "Solo la messa al bando degli stessi, negli anni ’70, ha permesso una ripresa delle consistenze della specie". Facciamo notare che nel VCO è stata attiva, a Pieve Vergante, l’ultima fabbrica europea di DDT, la cui produzione è cessata clamorosamente nel 1996, quando si rese noto da parte svizzera che il DDT colà prodotto aveva contaminato tutto il suolo circostante, il sottosuolo e i fondali del Toce e di tutto il lago Maggiore, nonché del Ticino emissario. Si chiede di informare con rigore scientifico su questo punto. (Quanto detto vale anche per il gufo reale).

Per quanto riguarda gli effetti determinati dal disturbo antropico da arrampicatori sportivi, fotografi dilettanti e curiosi, non si vede perché la Provincia non debba intervenire impedendo e sanzionando, visto che "il falco p. è specie protetta a livello nazionale e regionale". Ricorrere ad azioni di semplice sensibilizzazione appare estremamente riduttivo, se riferito a specie protette. (Quanto detto vale anche per il gufo reale).

Idem per quanto riguarda l’imposizione di segnalatori (boe in poliuretano) al gestore del dispacciamento dell’energia elettrica lungo i cavi. Il guadagno esorbitante derivante dalla gestione di imprese energetiche (le uniche in attivo assoluto in Italia, insieme alle imprese telefoniche), se unito a dure trattative tra le parti, dovrebbe condurre a risultati più che simbolici, come quello propagandato recentemente di un cavo tra Vogogna e Pieve Vergante (sic). (Quanto detto vale anche per il gufo reale).

Pag. 17 (marmotta)

Non viene detto quali ostacoli si frappongano alla messa in atto degli "auspicabili progetti" di reintroduzione o ripopolamento ecc., se non quelli eventualmente economici. Noi crediamo però che la diffusione di specie "particolarmente protette" debba essere posta tra le priorità di una provincia come quella del VCO, che ha grandi spazi selvaggi e che punta a intensificare la sua vocazione naturalistica e turistica.

Pag. 18 (lupo)

Sulla questione della presenza del lupo e delle resistenze messe in campo da pastori e cacciatori contro questa nobile specie, ci siamo espressi in più sedi, sempre in consonanza con i tecnici faunistici della provincia. E’ sicuramente tempo, a nostro avviso, di obbligare, pur con qualche incentivo economico, i pastori ad abbandonare la pratica del pascolo brado e incustodito. Ogni cittadino italiano sarebbe ben lieto di essere risarcito dallo Stato o da altro Ente, ogni volta che i suoi beni incustoditi venissero danneggiati o rubati, ma ciò non avviene e personalmente egli deve dotarsi di garage, porte blindate, amuleti o assicurazione. In base a quale ancestrale diritto indimostrato noi tutti dobbiamo farci carico di garantire ai pastori il risarcimento delle loro bestie incustodite? Il lupo ha il diritto di abitare le montagne uguale (e forse superiore) al nostro, e gli va riconosciuto senza sconti. Quanto ai cacciatori, essi tendono a vedere come rivale ogni predatore, avendo dimenticato che i predatori naturali, che sono animali astuti e risparmiosi, tendono ad aggredire animali deboli e lenti, piuttosto che quelli agili e scattanti, e quindi sono importanti equilibratori del biosistema.

Pag. 29 (lepre comune)

A causa della sostanziale ignoranza che circola nelle associazioni ambientaliste a proposito della caccia, ignoravo che le lepri non autoctone immesse fossero "incapaci di sopravvivere a tempo indeterminato (mortalità del 90% degli esemplari entro 6 settimane dal rilascio, con caccia chiusa)". Ma che mondo è mai quello dei cacciatori, che pure si autoproclamano primi ambientalisti, veri conoscitori e amanti della natura? In più punti del PFVP leggo e apprezzo che anche la Provincia non condivide la pratica delle immissioni (anche per problemi sanitari), preferendo e suggerendo quella delle migliorie ambientali e dell’allevamento di specie autoctone per il "pronto caccia". Ignoro i motivi per cui questa preferenza non possa diventare un obbligo. Se non per motivi umanitari, l’obbligo potrebbe diventare cogente per motivi sanitari, e anche per il "grave inquinamento genetico" causato dalla suddetta pratica. Mi pare che si potrebbe copiare la lezione della provincia di Alessandria, citata alla pag. 31.

Pag. 34 (volpe)

Pare di capire che tra specie cacciabili "pronta caccia" e non, e volpi che se ne nutrono, esista uno scambio di malattie epidemiche, che si propagano anche alle specie domestiche e all’uomo. Ritengo che il problema dovrebbe essere gestito non solo a livello di PFVP, ma anche di Asl (veterinaria e umana). Ignoro quali interventi vengano messi in campo dall’Asl e se vengano coordinati con le attività proprie degli uffici provinciali. Mentre sono in disaccordo con i metodi di contenimento diretto e violento delle densità delle popolazioni di volpe (o di altre specie), ritengo pienamente ragionevole il contenimento indiretto, quali la limitazione dell’accesso alle discariche o l’immissione di fauna "pronta caccia" (pag. 36).

Pag. 38 (cinghiale)

Anche per il cinghiale, specie non autoctona ma estremamente adattabile, vale quanto detto in altre occasioni a proposito di rimedi che sono peggio del danno. I cinghiali non hanno chiesto di venire nel VCO, sono stati immessi dolosamente dai cacciatori, i quali ora si alleano agli agricoltori alzando lamenti per i danni prodotti e ne chiedono lo sterminio. Mi rendo conto che la situazione degenera e non è facile trovare un rimedio non violento. E’ presumibile che una diminuzione forzata del loro numero trascinerebbe nuove immissioni. Né le forze della Polizia provinciale sarebbero come numero adeguate, oggi come in passato, a prevenire il reato.

Pag. 49 (fagiano)

Vale quanto già detto per le altre specie alloctone "pronta caccia" immesse. Si trovi il modo per interrompere questa pratica, dichiarandola insopportabile per il biosistema della provincia.

Pag. 50 e segg. (galliformi)

I galliformi avevano popolato le montagne, approfittando delle modifiche apportate a quei luoghi dalla presenza umana. Man mano che l’uomo abbandona le montagne, anche i galliformi diradano e tendono a scomparire. In una situazione di questo tipo, poiché non è pensabile di costringere gli uomini ad abitare e lavorare dove non vogliono più, la Provincia aveva investito denaro per i miglioramenti ambientali. Si tratta pur sempre di rimedi palliativi, a meno di investimenti economici ingenti. Si propone di sospendere la caccia ai galliformi, lasciando che la natura segua lentamente il suo corso, e che avanzino i boschi e i lupi e gli ungulati, mentre indietreggiano l’uomo, gli animali domestici e i galliformi.

Pag. 54 e segg. (cormorani)

Anche sui cormorani abbiamo detto in passato molte cose, dopo aver letto e studiato le abitudini di questi uccelli intelligenti, non belli, non commestibili, che dimorano nel nostro inospitale territorio per sei mesi all’anno, nutrendosi di pesce "rubato" ai pescatori. L’allora assessore Guenza aveva trascinato il consesso provinciale ad azioni contro i cormorani parlando di "migliaia" di esemplari, che nel PFVP in itinere si riducono a 300, seppure ingordi. Ma fossero anche in 10, sempre troppi sarebbero, se confrontati con l’ingordigia degli umani, che non ammettono competitori. Da soli ci piacerebbe essere, sulla terra.

Pag. 63 3 segg. (oasi)

Anche su questo punto dichiariamo la pochezza della nostra associazione, che non ha prodotto una conoscenza dei luoghi tale da poter dare un contributo di discussione nella perimetrazione delle oasi, tranne che per la zona umida dello Scoccia, riconosciuta da tanti come degna di tutela. E’ certo che per noi tutto il territorio dovrebbe essere oasi faunistica, e forse avremmo dovuto dedicare più tempo ad ascoltare i motivi per cui alcune oasi vengono chiuse ed altre aperte, ma il tempo e la forza sono quelli che sono, e fidiamo che la perimetrazione sia stata fatta nel migliore dei modi, in difesa delle specie cacciabili, ma anche del territorio dove si mostra più vulnerabile.

VALUTAZIONE DI INCIDENZA

I piani programmatici devono essere accompagnati da una Relazione di compatibilità, come prospettata dall’art. 20 della LR 40/98 e da una Relazione specifica di incidenza. La V.I. è procedura specifica per valutare l’influenza che le opere o i piani hanno rispetto alle aree Natura 2000. I ritardi con cui la Regione Piemonte recepisce l’impegno a regolamentare le aree Natura 2000 non esime la Provincia dal provvedervi.

Pag. 71 (istituti venatori)

Forse sarebbe opportuno dotarsi di una programmazione degli istituti venatori citati, per non farsi trovare impreparati di fronte a proposte che giungano dall’esterno.

Pag. 75 (rischi da pressione antropica)

Il III Settore, con la redazione del presente PFVP, segnala la presenza rischi connessi alle pressioni antropiche (turismo intensivo, strade, tipo di prelievo venatorio) per la conservazione del Sic Alpe Veglia-Devero. Il III Settore ritiene che la soluzione stia nel "coinvolgimento diretto della Regione Piemonte e dei Comprensori Alpini, le cui determinazioni dovrebbero essere finalizzate ad adottare le proposte misure di mitigazione dei pericoli, segnalati nelle schede descrittive del Sito Natura 2000". Poiché difficilmente queste istanze saliranno spontaneamente dal PFVP, chiediamo che si apra da subito un tavolo di confronto operativo per risolvere il problema, se davvero riteniamo che nella graduatoria dei valori la conservazione dei Sic sia da ritenersi prioritario.

Pag. 80 (presenza di una Zona Addestramento Cani nel Sic Greto fiume Toce a Beura C.)

Bene fa il PFVP a interdire la presenza di ZAC in un Sic, dove mai avrebbe dovuto essere localizzato. Ci si chiede se non sia possibile anticiparne la chiusura, senza attenderne la scadenza autorizzatoria.

Pag. 84 (strade)

Ancora una volta la Provincia lamenta abitudini dannose per i Sic da parte dei cacciatori, quali strade invasive e trasporto di armi a bordo di mezzi motorizzati, delegando il compito di regolamentare la faccenda a Regione e C.A.. Si auspica di nuovo che la Provincia si faccia promotore del tavolo di discussione.

In nessun punto del PFVP si rileva il DIVIETO ASSOLUTO DECENNALE (?) DI CACCIA per i siti percorsi dal fuoco. Si chiede di porvi rimedio.

Dott.ssa Amelia Alberti

Presidente Circolo Verbano di Legambiente

20/11/2005


OSSERVAZIONI DELLA LAV DI VERBANIA
 
 

CAP. 3 – MARMOTTA

 

Si condivide l’esigenza di valutare l’opportunità di attuare reintroduzioni e/o ripopolamenti di tale specie, nel quadro delle azioni tese ad aumentare o garantire livelli maggiori di biodiversità nel territorio provinciale. A tal proposito si suggerisce di stipulare accordi con quelle Province nelle quali insistono notevoli popolazioni di marmotta e ove sono addirittura oggetto di abbattimenti (p. es. Provincia Autonoma di Bolzano); in tal caso gli esemplari da abbattere potrebbero viceversa essere catturati e destinati alla reintroduzione nel Verbano-Cusio-Ossola.

 

 

CAP. 4 – LUPO

 

Non si condivide la scelta “politica” di inserire nel Piano elementi di valutazione negativa della presenza del lupo in Provincia, attraverso la pedissequa riproposizione delle accuse mosse da allevatori e cacciatori circa questo predatore. Occorre che la Provincia, quantomeno in base al vigente quadro normativo regionale, statale e internazionale, prenda una chiara e definitiva posizione favorevole alla naturale presenza del lupo nel VCO, anche per contribuire a modificare quelle resistenze culturali che, seppur marginalmente, sono ancora presenti.

 

 

CAP. 7 – STAMBECCO

 

Pur condividendo l’opportunità di azioni tese ad incrementare le popolazioni di tale specie anche attraverso l’immissione di nuovi esemplari; si suggerisce di prevedere fra le azioni propedeutiche anche quelle di forme particolari e specifiche di vigilanza e lotta al bracconaggio. Sarebbe opportuno che in sede di PFVP vengano quindi espressamente previste forme specifiche di azioni antibracconaggio, magari da estendere in generale alle specie della tipica fauna alpina protetta per le quali le forme ordinarie vigilanza venatoria non sono bastevoli.

 

 

CAP. B

 

AVIFAUNA DI INTERESSE VENATORIO

 

Si ritiene che da un punto di vista ecologico, biologico, tecnico e normativo non sussistano le condizioni per continuare a consentire anche minimi prelievi venatori dell’avifauna alpina (Pernice bianca, Gallo forcello, Coturnice) non solo nella Provincia ma in tutto il Piemonte e l’Arco Alpino. Si chiede pertanto che il PFVP preveda una generalizzata moratoria della caccia a tali specie almeno fino allo scadere del Piano. In tale periodo potrebbero essere condotti studi e censimenti (seri, diversi da quelli condotti stagionalmente a fini venatori) per ottenere informazioni sullo status delle popolazioni interessate.

 

 

LEPRE COMUNE

 

Si chiede di prevedere nel PFVP l’esplicito divieto di ogni forma di ripopolamento e/o di immissione di lepri provenienti da allevamenti o da catture da altri territorio nazionali o esteri, al fine di tutelare anche geneticamente e sanitariamente le popolazioni naturali autoctone e cominciare a “educare” una parte del mondo venatorio ad abbandonare la logica dei ripopolamenti pronta-caccia.

In sede di Calendario Venatorio provinciale, inoltre, occorre prevedere l’obblighi puntuali circa i limiti di carniere e la registrazione degli abbattimenti giornalieri e stagionali.

 

 

LEPRE VARIABILE

 

Per gli stessi motivi indicati per l’avifauna alpina, si chiede che il PFVP preveda una generalizzata moratoria della caccia a tale specie almeno fino allo scadere del Piano.

 

 

VOLPE

 

Si esprime totale disapprovazione per le indicazioni gestionali e la gestione venatoria proposte per tale specie. Risultano pretestuosi ed indimostrati i rischi sanitari della presenza della volpe nel VCO della quale si ammette di non conoscere la stima della popolazione, ma inspiegabilmente si statuisce che è eccessivamente presente e va “controllata”!

La volpe ha propri meccanismi di regolazione demografica che funzionano molto bene e non ha certo bisogno di essere predata attraverso i distruttivi “piani di controllo”; inoltre è semplicemente ridicolo sbandierare ancora la rabbia silvestre che è scomparsa da almeno 15 anni.

Circa il pretestuoso ricorso al “pericolo rabbia” per giustificare lo sterminio della volpe - ancora vittima della retrograda visione da parte del mondo venatorio e, ahinoi, anche di certi settori politici e amministrativi, come “animale nocivo” – si ricorda che la rabbia costituisce “malattia infettiva e diffusiva” soggetta a provvedimenti sanitari ex titolo I del Regolamento di Polizia Veterinaria (D.P.R. n. 320/1954), per cui nella remota ipotesi in cui volpi infette dovessero essere scoperte nel VCO, allora scatterebbero le misure sanitarie previste da tale Regolamento, che non può essere sostituito da norme venatorie ancorché inserite nel PFVP.

Il prelievo venatorio a fini di “controllo” della volpe, dal punto di vista degli equilibri ecologici, non è assolutamente condivisibile ma, anzi, foriero di gravi squilibri. Le popolazioni di tale specie, infatti, sono oggetto di una forte pressione venatoria (lecita e non) per tutto l'arco dell'anno che le mantengono a livelli di abbondanza senz'altro minori ed assai lontani da quelli naturali. Aggiungere a tale prelievo già consistente anche quello dei c.d. “piani di controllo”, limiterebbe ancor di più e senza alcun valido motivo la popolazione di volpi, considerato che, da diversi studi, è ormai notorio l'importante ruolo ecologico svolto da tale predatore all'apice della catena alimentare, nonchè la sua utilissima azione di controllo di roditori ed altri piccoli animali.

L'eventuale scomparsa di volpi nelle zone oggetto degli interventi di controllo determinerebbe uno "svuotamento" delle tane ed una conseguente migrazione di altre popolazioni limitrofe che le occuperebbero. Ciò potrebbe favorire l'ingresso sul territorio provinciale di volpi provenienti da altri ambiti, anche piuttosto lontani, e non è da escludere – e questa volta il rischio è realmente ipotizzabile! - che alcune di esse possano provenire da zone in cui è riscontrata la rabbia silvestre, determinando - così - un serio pericolo di contagio in Italia.

 

 

CINGHIALE

 

Circa il “controllo” della specie, che presenta aspetti totalmente negativi per diversi aspetti simili a quelli indicati per la volpe (vedi sopra), si chiede che il PFVP preveda:

-         l’esclusione dei cacciatori, ancorché “formati” attraverso corsi per selecontrollori, dall’esecuzione dei piani di abbattimento. Ciò sia in ossequi al chiaro ed inderogabile dettato legislativo (art. 19, commi 2 e 3, L.157/92), sia per abbattere l’interesse venatorio acchè vi siano grossi popolamenti di cinghiali sul territorio in modo da giustificare azioni paravenatorie di “controllo”, per le quali viene incaricato il mondo venatorio medesimo;

-         il divieto di caccia nelle aziende faunistico venatorie ed agro-venatoria della specie;

-         azioni specifiche di vigilanza e lotta alle immissioni abusive;

-         indagini genetiche sui capi abbattuti per conoscerne la reale selvaticità o la provenienza domestica.

 

 

MUFLONE

 

Si esprime la totale contrarietà verso azioni di eradicazione della specie se attuate mediante abbattimento e non attraverso sterilizzazione o cattura e rilascio in altre zone.

 

 

FAGIANO

 

Si chiede che il PFVP preveda il divieto di immissioni di esemplari provenienti da allevamenti e/o catture a scopo di ripopolamento, onde stroncare la nefasta logica e le gravi conseguenze ecologiche dei c.d. “ripopolamenti pronta caccia” e l’esasperato odio del mondo venatorio verso la fauna predatrice (volpi, corvidi, ecc.).

 

 

CORMORANO

 

Si esprime la totale contrarietà verso azioni di “controllo” della specie se attuate mediante abbattimento e non attraverso metodi ecologici. In proposito si rimanda allo specifico dossier realizzato dalla LAV nel 2004 sulle problematiche della presenza del cormorano nel VCO.

 

 

SIC E ZPS NEL TERRITORIO PROVINCIALE

 

L’attuale formulazione del PFVP risulta contrastante con lo spirito e le norme delle Direttive comunitarie “Habitat” e “Uccelli selvatici”, nonché del D.P.R. n. 357/1997, così come modificato ed integrato dal D.P.R. n. 120/2003, in particolare, con specifico riferimento alle aree ricomprese nella rete ecologica “NATURA 2000”, per la mancanza di qualsiasi studio preliminare “per individuare e valutare gli effetti che il piano può avere sul sito, tenuto conto degli obiettivi di conservazione del medesimo” e della prescritta obbligatoria “valutazione di incidenza”.

Le norme comunitarie e nazionali prescrivono che l’esercizio dell’attività venatoria può, solo eccezionalmente, essere consentito nelle suddette aree (pSIC, SIC e ZPS) a seguito di una pianificazione e programmazione attenta e rispettosa della loro valenza naturalistico-ambientale, in ragione dell’impatto delle attività autorizzate.

Di recente, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, nella premessa del Decreto 25 marzo 2005 sulla “gestione e misure di conservazione delle Zone di protezione speciale (ZPS) e Zone speciali di conservazione (ZSC)” ha nuovamente confermato che: “la valutazione d’incidenza (...) viene a costituire essenzialmente una misura preventiva di tutela legata ai piani o ai progetti cui devono necessariamente aggiungersi le misure di conservazione opportune al mantenimento o al ripristino, in uno stato di conservazione soddisfacente, (del)le specie e (de)gli habitat dei siti natura 2000”;

In particolare, le ZPS sono quei territori classificati più idonei per la conservazione delle “specie minacciate di sparizione” o “che possono essere danneggiate da talune modifiche del loro habitat” o “considerate rare in quanto la loro popolazione è scarsa o la loro ripartizione locale è limitata” o “che richiedono una particolare attenzione per la specificità del loro habitat”, sicché l’autorizzazione ad un esercizio indiscriminato e non pianificato dell’attività venatoria al loro interno, o quantomeno mitigato da idonee misure compensative, è senz’altro in grado di arrecare danni gravi ed irreparabili a sistemi ed equilibri biologici di per sé estremamente rari, delicati e preziosi e rende, quindi, illegittima e da interdire una caccia non sostenibile e distruttiva della diversità biologica tipica del territorio piemontese, ricco di habitat e specie animali e vegetali uniche, da conservare, salvaguardare e proteggere in via prioritaria;

A titolo meramente esemplificativo, fra i danni arrecati dall’esercizio dell’attività venatoria ogni anno sul territorio piemontese si elencano: l’abbattimento e la cattura di migliaia di animali selvatici; il loro avvelenamento da piombo (c.d. “saturnismo”) per la dispersione incontrollata nell’ambiente circostante e la successiva ingestione da parte degli animali di enormi quantità di pallini; il disturbo delle specie nello svolgimento delle loro attività vitali (di nutrizione, riposo e riproduzione) causato dalla presenza numerosa ed ostile di uomini armati e cani da caccia; la contaminazione del patrimonio genetico endemico (con conseguente irrimediabile perdita della biodiversità locale) ed il rischio di gravi epidemie esogene per l’immissione massiccia e incontrollata di specie allevate in cattività all’estero (in particolare, nei Paesi dell’Est) ed immesse in natura solo per accrescere il numero di prede cacciabili (c.d. ripopolamenti); il disturbo causato dall’addestramento dei cani da caccia e dalle giornate di preapertura in deroga, ovvero in pieno periodo riproduttivo e di svezzamento per un gran numero di specie animali.