L’Ucraina spegne la bomba di Cernobil

di Anna Zafesova

MOSCA. Oggi a mezzogiorno, ora di Kiev, il presidente ucraino Leonid Kuchma darà l’ordine di spegnere la centrale di Cernobil. Il comando, pronunciato al palazzo «Ukraina» davanti a una platea di vip, verrà ritrasmesso da tutte le televisioni del Paese.

La mano dell’operatore di turno girerà l’interruttore e l’impianto nucleare che è stato per 14 anni l’incubo dell’Europa cesserà la sua micidiale attività, senza però spegnere le polemiche. Uno spettacolo in grande stile, in presenza del premier russo Mikhail Kassjanov, del segretario americano all’Energia Bill Richardson, dello stilista Pierre Cardin (in qualità di capo della commissione dell’Unesco per l’aiuto alle vittime di Cernobil) e di altri 2000 invitati da tutto il mondo, chiuderà anni di polemiche e di paure, durate fino all’ultimo momento.

Pochi giorni prima della chiusura il terzo reattore della centrale maledetta è stato fermato d’urgenza a causa di un’improvvisa fuga radioattiva nei condotti dell’acqua di raffreddamento, e la cerimonia di oggi è stata sul punto di essere rinviata per ragioni tecniche.

Un gesto ormai abbastanza formale: viene spento solo il terzo reattore della centrale, l’unico ancora parzialmente in funzione. Anzi, mercoledì è stato riacceso apposta, e portato ad appena il 3 per cento della potenza, giusto quanto serve per il simbolico giro dell’interruttore. Il secondo è stato fermato nel ’91, dopo un incendio, il primo nel ’96. Il quarto è scoppiato il 26 aprile 1986, producendo il più grave disastro della storia del nucleare civile, i cui effetti si sono fatti sentire in tre quarti d’Europa. Milioni di persone in Ucraina, Bielorussia e Russia sono condannate a vivere su territori contaminati.

Il numero dei morti di Cernobil rimane ancora un segreto. Ufficialmente sono stati 31, mentre Kiev parla di 15 mila vittime della radiazione. Le stime degli ambientalisti sono agghiaccianti: fino a 300 mila persone morte per gli effetti delle radiazioni negli ultimi 15 anni. La chiusura della centrale era sognata dall’Europa, mentre in patria, dopo la prima ondata di «Cernobilfobia», si preferiva conservarla in funzione.

La vigilia del grande evento è stata turbata da forti polemiche: il parlamento ucraino ha chiesto al presidente di rinviare la chiusura dell’impianto. I deputati ritengono che questo gesto è stato «dettato dall’estero» e accrescerà la dipendenza energetica dell’Ucraina dalla Russia. «Un assurdo», ha commentato il presidente Kuchma. Ma i più feroci oppositori alla chiusura della centrale si trovano proprio a Cernobil: dei 9 mila dipendenti dopo la chiusura rimarranno solo 2 mila, mentre gli altri, disperati, da sabato non sapranno come sfamare le famiglie.

I tecnici hanno perfino organizzato una manifestazione di protesta: «Cernobil non è più pericolosa di altre centrali», hanno gridato. La chiusura della centrale arriva dopo un lungo braccio di ferro tra l’Ucraina e l’Unione Europea sui finanziamenti dell’operazione. Il governo di Kiev non ha i soldi per le procedure di congelamento dell’impianto, il cui costo complessivo viene valutato in un miliardo e mezzo di dollari.

Kuchma ha chiesto inoltre all’UE di costruire due reattori nucleari che dovrebbero compensare l’energia elaborata da Cernobil. La Commissione europea ha concesso all’Ucraina un prestito di 585 milioni di dollari, per costruire a Rovno e Khmelnizkij due reattori VVER-1000, considerati più sicuri del micidiale RBMK di Cernobil. Ma gli ambientalisti nutrono serie perplessità anche nei confronti delle tecnologie «sicure» risalenti all’epoca sovietica.

Cernobil rimarrà comunque una bomba potenziale anche dopo la simbolica chiusura: per renderla definitivamente innocua ci vorranno da 30 a 100 anni e miliardi di dollari. Il primo problema da risolvere sarà il cosidetto «sarcofago», lo schermo sopra il reattore numero 4. Costruito in fretta e furia dopo il disastro, il «sarcofago» ha ceduto in più punti e il suo contenuto letale sta contaminando lentamente le acque del sottosuolo.

Gli esperti non escludono nemmeno la possibilità di una reazione a catena, che provocherebbe un’esplosione e la diffusione nell’ambiente di 170 mila tonnellate di scorie altamente tossiche: una Cernobil bis dalle conseguenze apocalittiche.

(15 dicembre 2000)