Nella foto: Il sito industriale Acetati di Verbania

 

IL FUTURO DEL SITO ACETATI

Qualche riflessione sull'utilizzo

possibile dell'area

12.07.11

 

 

Come qualcuno di voi sa, il futuro dell'area ex Acetati è argomento di discussione e disamina e riunionida parte di gruppi, partiti, singoli. Nessuno ha mai chiesto il parere della nostra associazione sul tema, certo ritenendo che abbiamo già fatto oltre il bisogno in passato. Un giornalista di Ecorisveglio Ossolano, Fabio Ruta, che spesso mi chiede dei testi, mi ha sollecitato una riflessione da pubblicare. Riporto qui sotto il testo completo.

 

Nel 1983 chiudeva i battenti Montefibre di Verbania, dopo oltre mezzo secolo di un'attività chimica, che aveva dato stipendio e dignità a migliaia di cittadini, non solo verbanesi. La fabbrica riapriva nel 1991 col nome di Acetati spa della ditta Mossi & Ghisolfi di Tortona per la fabbricazione di polverino di acetato di cellulosa, occupando soltanto una parte dell'area industriale; l'altra parte veniva riservata alla costruzione immediata di Italpet, sempre di M & G, per la fabbricazione di preforme in PET. Acetati rilevava gli impianti dell’acetato di Montefibre, costruendo ex-novo soltanto l'impianto per l'anidride acetica; obbligata dalla magistratura, nel 2004 costruiva anche un impianto di depurazione delle acque di scarico a lago. Continuava la sua attività anche la centrale termoelettrica ad olio e metano da 20 MWe, la cui ciminiera a strisce svetta sui capannoni intorno, al servizio degli impianti e in grado di produrre energia elettrica in surplus da vendere vantaggiosamente ad Enel.

L'attività chimica, che fino alla chiusura di Montefibre la gente di Verbania sopportava con rassegnazione, a fronte degli stipendi distribuiti e del benessere conseguente, alla ripresa dell'attività, che impiegava un quinto della manodopera precedente, trovò una popolazione insofferente per le puzze e per il rumore e il traffico pesante indotto. La città, all’insaputa dei suoi amministratori, aveva voltato faccia all'industria e volgeva verso il terziario. Il malumore serpeggiava e nessuno se ne faceva carico: tutti i partiti politici, infatti, si erano sbracciati perché la fabbrica riaprisse e l'attività chimica riprendesse a pieno ritrmo, sottolineando in questo modo la "vocazione" industriale della cittadina, senza accorgersi che qualcosa nel frattempo era cambiato.

Nella primavera del 2002 il circolo locale di Legambiente, non trovando interlocutori disponibili nell’amministrazione comunale (allora di centro-sinistra, sindaco Aldo Reschigna), raccolse le firme per promuovere un Referendum comunale, di valore consultivo. La domanda da sottoporre a referendum era la seguente: "Vuoi Tu una Variante del Piano Regolatore Generale Comunale, che, nell'area cittadina attualmente a destinazione d'uso industriale (polo chimico Acetati - Italpet), consenta in futuro solamente destinazioni diverse da quella industriale?". Che, tradotta, significava: attualmente c’è una fabbrica chimica (due nella realtà, ma era Acetati la più criticata), che provoca puzze e rumori molto fastidiosi e scarica a lago sostanze pericolose; circolano voci insistenti di un possibile disimpegno di M & G; sindacati e partiti fanno finta di non sentire queste voci e difendono la presenza ad oltranza della fabbrica nel cuore della città; siccome però la fabbrica chiuderà sicuramente tra qualche anno, appena cessata la convenienza economica a produrre, forse è meglio cominciare a pensare al futuro di quell'area, in modo da preparare il cambiamento e non subirlo; con il referendum vediamo se i cittadini preferiscono immaginare una città con una fabbrica impattante nel suo centro, oppure preferiscono un'altra soluzione.

Il 4 marzo 2001, in una lettera alle circoscrizioni, scrivevamo: "I proponenti auspicano per Verbania un futuro di città "normale", nella quale le case stanno vicino alle case, e le fabbriche operano coscienziosamente, ma lontano dagli abitanti residenti. Ciò non deve essere inteso come aggressione nei confronti dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali, ma come logica soluzione ad un problema di convivenza non più rinviabile".

Il 21 settembre dello stesso anno, all'annuncio che il referendum si sarebbe tenuto il 24 novembre, in un comunicato dicevamo: "L'esito del referendum sarà soltanto propositivo, e quindi l'Amministrazione comunale potrà non tenerne conto, anche nel caso, che noi auspichiamo, di un risultato positivo della consultazione. Per completare il cammino intrapreso, il Circolo Verbano di Legambiente continuerà con la tattica che finora si è dimostrata vincente: massima trasparenza, nessun tono aspro, ragionevolezza delle richieste, accoglienza di tutte le forze politiche che scelgono di fiancheggiare il referendum, in piena indipendenza reciproca. E' alle forze politiche cittadine che poi, in ultima analisi, sarà demandato il compito di gestire l'esito del referendum: auspicabile sarebbe che, preso atto della situazione, riassumessero il loro proprio ruolo e deliberassero di promuovere la Variante richiesta dalla domanda referendaria, rendendo di fatto inutile la consultazione”.

Nei mesi che seguirono, fino al Referendum, i partiti al governo della città e i sindacati scatenarono la bagarre. Nessun confronto, nessuna ragionevolezza, pura protervia e arroganza, senza, d’altra parte, la sapienza di comprendere che il momento per la programmazione era maturo e che loro compito istituzionale era quello di accompagnare la città verso un traguardo diverso, da discutere con l'azienda, prima che l’azienda chiudesse e facesse mancare la sua interlocuzione (azienda cui tutto era stato in passato concesso, purché riaprisse la fabbrica). Al circolo di Legambiente non era riconosciuta alcuna legittimità. Il referendum, votato da una minoranza di cittadini, venne perso dai proponenti con il 42%. I partiti al governo della città e i sindacati esultarono e brindarono, senza comprendere. Col risultato che conosciamo. M & G, dopo alcuni tentennamenti e dopo aver venduto Italpet (ora Plastipak), alla fine di ottobre 2010 chiuse l'attività di Acetati a Verbania e la trasferì in Cina, lasciando i lavoratori impegnati in deludenti presidi, che non trovavano il conforto e la solidarietà dei cittadini, sempre più distanti e distratti. E senza nessun progetto o discussione o canale di comunicazione attivo con la nuova amministrazione comunale (di destra) per il futuro dell’area, di proprietà M & G. Area che deve ancora essere caratterizzata da un punto di vista chimico con carotaggi del suolo, che di solito sono impegnativi di tempo e di denaro e che preludono ad opere di bonifica che si allungano per anni a venire, se il proprietario non ha interesse a rientrare in fretta in possesso operativo del terreno o a cederlo ad altri.

 

Questa premessa era indispensabile, per storicizzare il tema e arrivare alla questione: che cosa fare nell’area liberata dall’attività chimica di Acetati.

 

Ipotizzare un futuro per l’area Acetati, oggi di proprietà di Mossi & Ghisolfi e ancora in attesa di caratterizzazione chimico-fisica e di successiva, eventuale bonifica, non è cosa facile, ma forse neanche troppo difficile, essendo molte strade precluse dalla storia e dalla geografia stessa dell’area, racchiusa com’è tra un grosso centro commerciale, un cimitero dotato di forno crematorio, un depuratore comunale, una centrale termoelettrica obsoleta, un surreale campo da rugby, una fabbrica chimica (Plastipak) e un rottamatore parecchio fastidioso, tutte realtà di cui non si prevedono dislocazioni in tempi medio-brevi. Ciò esclude, a buon senso, anche a bonifica perfettamente eseguita, qualunque progetto ludico-turistico-alberghiero o insediativo di tipo elegante. Diverso il discorso per insediamenti abitativi di tipo popolare, se necessari, inseriti tra cortine verdi. Va presa in esame l’ipotesi, intorno a cui si esercitano quanti rimpiangono le tute blu in giro per la città, di insediamenti industriali non più chimici ma di tipo manifatturiero, a basso inquinamento ed alto contenuto tecnologico (molto gettonate le fabbriche di componenti di pannelli solari), che però difficilmente a qualche industriale verrà in mente di localizzare a Verbania, città che in passato non ha brillato nel campo della ricerca e innovazione, neanche come scuole di specializzazione dentro cui andare a selezionare la manodopera occorrente. Poteva essere il posto giusto, probabilmente, dove collocare il Tecnoparco come sito incubatore di aziende innovative, che forse, lì, avrebbe ricevuto quella spinta propulsiva che nell’apnea di Fondotoce è completamente mancata, ma l’occasione non si ripeterà di certo.

La cosa migliore, forse, è allora quella di assecondare la tendenza di Verbania a farsi città turistica (non a caso alle ultime elezioni ha eletto un sindaco che è anche proprietario di alberghi) e abbandonare definitivamente l’idea di insediamenti industriali nell’area Acetati, puntando invece sul terziario commerciale, assicurativo, bancario e amministrativo (ottima posizione sarebbe, ad esempio, l’area Acetati, per una sede della Provincia VCO, che finalmente la trasformasse in un corpo vivo all’interno del suo capoluogo) e magari su un centro espositivo di prodotti di nicchia, dentro un anello verde che isoli questi insediamenti dal contorno e che predisponga l’area ad ampliamenti, in caso di successive dislocazioni.