Nella foto: Una centrale termica a biomassa

CENTRALI A BIOMASSA A VILLA
Come se grandinasse!
27.11.10
Basta aprire uno spiraglio, e si cacciano dentro tutti! Bio Energy (azienda del Tecnoparco) aveva proposto una centrale elettrica a cippato, in un primo momento da 10 MWe, poi ridotti a 2, suscitando una vivacissima reazione nella cittadinanza, la quale, dopo aver respirato per mezzo secolo fumi di ogni genere, ora vuole solo essere lasciata in pace.
Quasi contemporaneamente ha fatto capolino una centrale elettrica a olio di palma da 50 MWe, che il gruppo Beltrame installerebbe nell'ex Sisma, ora parzialmente dismessa. Quest'ultima centrale è fortemente sponsorizzata dai sindacati, che sognano sbocchi occupazionali tali da compensare il drenaggio di posti di questi anni (v. sotto da La Stampa).
Legambiente, nelle sue diramazioni locale e regionale, è stata chiamata in causa da consiglieri di minoranza e dal comitato spontaneo, e invitata all'assemblea pubblica del 3 dicembre prossimo sera alla Fabbrica. Legambiente aveva chiesto anche di entrare nella commissione istituita dal sindaco (v. sotto), ma quest'ultimo ha risposto picche.
Le cose, come capite, si stanno complicando ed è facile rispondere a tutti che le centrali a biomassa solida o liquida non vanno costruite, punto. Però bisogna anche districarsi tra le diverse esigenze:
- Produzione di energia elettrica senza emissione di CO2 (anidride carbonica, gas climalterante). Le biomasse emettono bruciando la stessa quantità di CO2 che è servita per il loro accrescimento, quindi, da questo punto di vista, è tutto OK e gli accordi europei se ne giovano. Le biomasse bruciate ricrescono in tempi umani, e quindi sono rinnovabili. In caso di coltivazioni intensive (come le palme da olio in Malesia e Indonesia, dove sono alloctone, e di lunghi trasporti, l'energia investita compromette le performance in CO2 delle biomasse.
- Emissioni nocive. Come per tutte le combustioni (con l'eccezione parziale della combustione del metano), le emissioni di polveri, ossidi di azoto, altri ossidi, metalli pesanti, diossine, sostanze cancerogene, non sono piccole e possono alterare la composizione locale dell'aria e della salute pubblica. Le centrali a biomassa sono previste con impianti di abbattimento a secco (cicloni, filtri a manica) e a umido, che devono contenere le concentrazioni degli inquinanti entro i limiti di legge. La quantità totale degli inquinanti emessi è data però dalla concentrazione per il volume totale dei fumi, e quindi può essere altissima, anche per concentrazioni di legge.
- Recupero della biomassa. In Piemonte la Regione prescrive che il cippato sia reperito per il 70% entro un raggio di 70 Km. Il VCO può sostenere non più di 10 MWe, sempre che tutti i proprietari di boschi accessibili siano disposti a tagliare e vendere il legname. Per lo più il cippato per le centrali viene da via (Russia, Romania, Amazzonia, Africa). Quanto all'olio di palma, sappiamo del disastro ecologico inflitto a quegli sventurati paesi, dove la foresta pluviale è stata tagliata e adibita a coltivazione di palme da olio.
- Rendimento dell'investimento economico. Ricavi. La centrale elettrica produce elettricità per circa 7.500 ore all'anno. I MWhe totali prodotti si ottengono moltiplicando la potenza per le ore. Ogni MWhe riceve un compenso di circa 180 euro, compresi i certificati verdi. L'ordine di grandezza è quello dei milioni di euro. Costi. Una centrale costa intorno a 1.500.000 euro/MWe. Si aggiungono le spese per i lavoratori, l'acquisto della biomassa (intorno ai 50 euro/t per il cippato e ai 500 euro/t per l'olio di palma), le spese amministrative e per il corretto smaltimento delle ceneri, l'ammortamento del capitale. Grazie ai certificati verdi l'investimento economico ha esito positivo, con ritorno dell'investimento tra i 3 e i 7 anni. I certificati verdi durano 15 anni e sono pagati dai grossi produttori di elettricità da fonti fossili, mentre l'esubero è risarcito dal GSE (gestore servizi elettrici).
- Cogenerazione. La cogenerazione, cioè la produzione di elettricità unita alla distribuzione del calore (teleriscaldamento) generato come sottoprodotto (il rendimento è di circa 1/3 e i 2/3 sono calore altrimenti inutilizzato) è obbligatorio per la Regione per le centrali a cippato, per le quali la Regione indica di non superare la potenza di 2 MWe. La Regione non si pronuncia invece per le centrali a olio di palma. Ma le condutture per distribuire l'acqua calda alle abitazioni sono a carico dei Comuni, che non hanno soldi, e non è detto che i cittadini siano vogliosi di allacciarsi al teleriscaldamento. Il teleriscaldamento aumenta naturalmente il rendimento della centrale e compensa in parte le emissioni nocive, perché sostituisce un buon numero di caldaiette individuali.
- Ricadute occupazionali. Non più di una decina di lavoratori per centrale, che è totalmente automatizzata. Come indotto si può pensare al trasporto e al lavoro della biomassa d'origine.
- Autonomia energetica del VCO. Il VCO è già ampiamente creditore di energia elettrica verde, prodotta per via idroelettrica.
- Pericolo di trasformazione delle centrali in inceneritori di rifiuti. La questione non sembra riguardare l'olio di palma, mentre le centrali a cippato potrebbero mescolare non rifiuto urbano tal quale, ma rifiuti speciali combustibili o cdr (combustibile da rifiuto, derivato dalla selezione meccanica di rifiuti urbani), per abbattere i costi di gestione e aumentare i ricavi, soprattutto allo scadere dei certificati verdi. I combustibili aggiunti potrebbero aggravare le emissioni nocive.
Conclusioni. Il bilancio complessivo di questo genere di operazioni, considerate localmente, è positivo per gli imprenditori per i 15 anni di durata dei certificati verdi e finché il prezzo della materia prima rimane a valori ragionevoli. Per il territorio non ci sono benefici, ma peggioramento della qualità della vita. A livello globale può essere positivo il calcolo della CO2, che lo Stato deve rendicontare in sede europea.
Da La Stampa 27.11.10
Comune e sindacati in imbarazzo: “E’ difficile dire no”
RENATO BALDUCCI VILLADOSSOLA
Un centinaio di posti di lavoro. Tanti potrebbero arrivare con la realizzazione della discussa centrale ad oli vegetali. Il progetto non ancora presentato ufficialmente dal gruppo Beltrame è però già stato illustrato ai sindacati che sperano di recuperare i posti di lavoro persi con la chiusura della Siderscal di Villadossola. E’ lo stabilimento sul quale la proprietà Beltrame ha annunciato di non voler fare investimenti.
Dell’insediamento di una centrale a biomasse nell’area ex Sisma s’è tornato a parlare l’altra sera quando l’amministrazione comunale di Villadossola ha radunato la commissione intercomunale per discutere della realizzazione di nuovi impianti ad energia alternativa nel territorio comunale.
In primo luogo la centrale a legna della Bio Energy srl (il progetto è già stato esaminato in provincia e respinto), poi la centrale a oli vegetali del gruppo Beltrame.
La riunione tenutasi in municipio a Villadossola ha visto presenti l’amministrazione Bartolucci, tutti i capigruppo più il consigliere di minoranza Bruno Toscani, la Provincia con l’assessore Lucio Pizzi e il dirigente Mauro Proverbio, gli amministratori di Montescheno, Beura e Domodossola, sindacati ed esponenti del comitato «No alla centrale».
Franco Borsotti ha parlato del progetto. «Ho spiegato le intenzioni del gruppo Beltrame sulla centrale a olio vegetale - dice il segretario della Uil - . Tutte le questioni vanno equilibrate tra le esigenze dei cittadini, dell’ambiente e dei posti di lavoro, che ovviamente nella situazione in cui ci troviamo vanno tenute in grande considerazione. Se aspettiamo che arrivino nel Vco attività produttive o energetiche ad impatto zero, probabilmente questa provincia di posti di lavoro non ne troverà più».
Borsotti si è sbilanciato sui posti di lavoro. Dice: «Deduco che saremo sui cento occupati. Per la centrale si parlava di circa 25 persone. Aggiungiamo una società di servizi (dalla logistica alla portineria unica) con altri 10 posti e poi due aziende partner che si insedierebbero qui dando lavoro ad altre 60 persone».
Poi una considerazione. «Aspettiamo il progetto - dice - . Ma è evidente che se il territorio dimostra ostilità politiche, questi andranno a fare investimenti altrove».
Il sindaco di Villadossola ha riconfermato l’assemblea pubblica di venerdì 3 dicembre a «La Fabbrica» per un confronto con i cittadini. «In primo piano mettiamo la salute dei cittadini - dice Marzio Bartolucci - ma valuteremo i progetti proposti e li prenderemo in considerazione se non saranno impianti nocivi per la salute».