Nella foto: Acetati di Verbania

ACETATI, CHIUSURA TRISTE
31.10.10
Fonte: La Stampa 31.10.10
Alla serata di solidarietà per i lavoratori Acetati, promossa dalle parrocchie,
i cittadini non rispondono. All’auditorium di Sant’Anna, venerdì, c’erano solo
sindacalisti, amministratori e qualche dipendente dell’azienda. Tanto che Bruno
Lo Duca, ex sindacalista Cgil, rompe il ghiaccio con un’analisi spietata:
«Verbania è una città vecchia, formata da pensionati che aiutano come possono
figli e nipoti ad andare avanti, ma non sono più in grado di reagire». Rincara
la dose il consigliere comunale del Pd Giovanni De Benedetti: «La città non
risponde, non sa quali drammi sociali si stanno vivendo. Il lavoro scarseggia e
tra i giovani aumentano le depressioni».
Cittadini assenti quindi, mentre si consuma la chiusura di Acetati con 250
persone (considerando anche l’indotto) che da gennaio rimarranno senza lavoro.
Sono lontani i tempi in cui per la fabbrica di Pallanza si riempivano le piazze
e arrivavano i leader nazionali della politica, come testimoniano le immagini
degli Anni 70 che scorrono all’auditorium. «Eppure è dalla città, con tutti i
suoi limiti, che bisogna ripartire» dice il consigliere regionale del Pd Aldo
Reschigna, chiedendo di «fare uno sforzo per capire come Verbania potrà
garantire sicurezza economica ai suoi abitanti». E don Giuseppe Masseroni
aggiunge: «Non possiamo sfuggire alla precarietà del lavoro giovanile, ne siamo
responsabili».
Quindi che fare? «Creiamo le condizioni affinché il nostro territorio attragga
investimenti industriali» suggerisce Lucio Rondo, dipendente Acetati. «Ma è il
caso di pensare sempre all’industria?» si chiede il sindaco Marco Zacchera,
ricordando che «costa meno creare posti di lavoro nel settore turistico». Luca
Caretti, segretario provinciale Cisl, propone di «aprirsi a un modello di
sviluppo integrato, dove ci siano tutti i settori».
Nonostante l’assenza dei cittadini, il giudizio sulla serata è positivo: «Qui
possono nascere nuove idee» dice Iginio Maletti, Cisl. Così venerdì alle 21 a
Sant’Anna si tornerà a discutere di problemi del lavoro, ancora una volta
invitando tutti i cittadini a partecipare
Anche VerbaniaNews fa la cronaca della serata desolata in http://www.verbanianews.it/notizie/fatti/economia-lavoro/4291-acetati-cera-una-volta . Riporto una frase dal commento di un lettore, da cui partirei per una riflessione: "io credo che qualcuno abbia avuto scarsa capacita' di programmare il futuro" (Cri).
RIFLESSIONE (diffusa ai mezzi di comunicazione)
Il circolo locale di Legambiente, che allora si chiamava Circolo Verbano (oggi: Il Centro del sole), ha giocato nei primi anni del nuovo secolo un ruolo importante nella vicenda Acetati, che nessuno ha voglia oggi di ricordare. Sollecitati da molti cittadini, che non sopportavano più le puzze e il rumore e il traffico e il rischio incombente, avevamo indetto una serie di serate al Centro S. Anna, per dar modo a tutti di esprimersi e di esternare la loro contrarietà ad avere una fabbrica chimica, vecchia negli edifici e superata negli impianti, nel cuore di una città, Verbania, che idealmente aveva già abbandonato la sua cosiddetta "vocazione" industriale, e stava evolvendo in area turistico-terziaria. Nello studio delle carte mi ero imbattuta in quei mesi in un'analisi chimica degli scarichi liquidi, effettuata da Acetati stessa, che elencava tra i reflui la "formaldeide" o aldeide formica, classificata da IARC come "sicuramente cancerogena per gli animali da laboratorio e probabilmente cancerogena per l'uomo". Nel 2004 lo stesso IARC avrebbe riclassificato la formaldeide come "sicuramente cancerogena per l'uomo". Con l'appoggio di un legale, nel marzo 2002 avevo trasmesso alla Procura di Verbania questa informazione, che confliggeva con un comma di legge, che proibiva lo scarico di sostanze cancerogene (senza specificare cancerogene per chi). Contemporaneamente, con l'appoggio bipartisan di Alleanza Nazionale e di Rifondazione Comunista, il circolo organizzava un Referendum, in cui si chiedeva al Comune di non concedere la prosecuzione dell'attività industriale nel sito di Acetati, una volta che, in futuro, l'azienda avesse chiuso (spontaneamente) l'attività. Contro il referendum, svenduto come un invito a chiudere Acetati, si scatenarono tutti i gruppi politici, soprattutto di sinistra, e i sindacati, sordi a ogni civile e costruttivo confronto, portatori di una verità indiscussa e indiscutibile, incapaci tutti di comprendere che un movimento di quella portata, sorto senza forzature in città, doveva essere rispettato e le sue istanze, invece che demonizzate, dovevano essere interpretate e gestite. Anche la chiesa locale, forse nostalgica del ruolo eroico giocato negli anni della chiusura di Montefibre, si schierò a favore dell'attività industriale e si chiuse a ogni altra riflessione. Il referendum, votato in una giornata di pioggia diluviante, che vide solo una minoranza di cittadini alle urne, venne perso col 42%. Il sindaco di allora, Aldo Reschigna, brindò in Comune con gli amici al risultato, senza accorgersi di essere sul ponte del titanic. Seguirono i processi penali, persi da Acetati in primo e secondo grado e vinti in Cassazione, dove prevalse il cavillo del tardivo riconoscimento della sicura cancerogenicità per l'uomo della formaldeide da parte di IARC. Seguì e si approfondì sempre più la frattura tra la fabbrica e la città, di cui gli Amministratori non vollero misurare l'entità. Se avessereo compreso quanto era accaduto, avrebbero (forse) avuto il tempo sufficiente per programmare, insieme all'azienda, la dismissione dell'attività chimica, che comunque era nell'aria, e il reimpiego della maestranza in attività meno impattanti. Non fecero niente, forse anche per non alienarsi il consenso dei sindacati, portatori di importanti quote di voti, senza neppure accorgersi che i voti dei lavoratori stavano fluendo verso altre formazioni politiche. Alla fine mortificante di questo percorso, dove a rimetterci sono come sempre i più indifesi, vorrei dire che l'azione preziosa del nostro circolo, che additava un problema, venne schernita e sbeffeggiata con la stessa dabbenaggine di chi guarda il dito che gli mostra la luna, e non vede la luna. Spiace e brucia di essere stati vissuti come i nemici dei lavoratori, gli affamatori del popolo, i borghesucci che vivono comodamente. E' una definizione che proprio non ci rappresenta.